Quel giorno era il Compleanno di Moth.

Non lo aveva mai considerato particolarmente importante. Era un giorno come un altro. Succedeva ogni anno.

Alcune persone cercavano di circondarsi di amici e parenti, o di organizzare una festa, ma Moth pensava che il compleanno migliore fosse uno in cui tutto restava come sempre, il più semplice possibile.

La cosa più importante, era che pensava di dover stare da solo.

A volte, trascorrere da solo un giorno importante, ti ricorda che sei tu la sola persona di cui davvero deve importarti.

Quindi Moh aveva imposto una regola a se stesso e a chiunque lo circondasse: il giorno del suo compleanno, nessuno doveva contattarlo. Niente congratulazioni. Dovevano lasciarlo completamente solo.

I genitori di Moth lo sapevano e lo conoscevano bene, così il giorno prima lo avevano chiamato per fargli gli auguri. Pun aveva fatto lo stesso, portandolo a mangiare fuori e dandogli il regalo due giorni prima. E ancora, quella mattina, Pun gli aveva scritto un messaggio.

“Buon compleanno, Moth. So che non ti piace chi ti fa gli auguri il giorno del compleanno, ma…lasciami essere l’eccezione.”

Quel messaggio fece irrigidire Moth. Non si trattava solo di auguri di compleanno: era la richiesta di fare un’eccezione, cosa che lo portò a rimuginare eccessivamente e capire che Pun si aspettava ancora di più da lui.

Moth si era accorto, dal suo comportamento in certe occasioni, che lo considerava qualcosa di più di un amico. Ovviamente, questo lo mise a disagio, soprattutto perché Pun non lo aveva mai ammesso o detto apertamente.

Se si fosse trattato di un altro amico, Moth probabilmente lo avrebbe affrontato direttamente, fino ad ottenere una risposta, e poi avrebbe chiuso relazione con chiarezza.

Ma non poteva fare questo a Pun.

Era il migliore amico che avesse mai avuto, e Moth non voleva ferirlo così duramente, come avrebbe fatto con chiunque altro. Quindi tutto ciò che poteva fare, era aspettare che Pun rinunciasse da solo, così avrebbero messo fine a tutto senza ferirsi l’un l’altro o rendere la situazione spiacevole.

Ma aspettare che una cosa del genere accadesse da sola, ovviamente, non avrebbe funzionato. Doveva fare qualcosa.

Aveva pensato che portare Pun ad incontrare Dean il giorno prima, e recitare la parte di quello interessato a Dean, fosse abbastanza. Ma, a giudicare da quella mattina, evidentemente non lo era stato.

Forse doveva continuare la recita ancora un pò, fino a che Pun ci avrebbe creduto e lo avrebbe accettato.

SI.

Moth decise di chiamare Dean di nuovo. Non sapeva se avrebbe risposto, considerato quanto fossero finite male le cose la sera prima. Ma non aveva altra scelta.

«Pronto?»

Moth lasciò andare un sospiro di sollievo.

«Sei libero?»

«No.»

Moth sapeva di doversi scusare come prossimo step, ma…alla fine, non riuscì a pronunciare quelle parole.

Dean, nel frattempo, sapeva perfettamente che la cosa da fare era attaccare. Ma, nel profondo, era felice che Moth avesse chiamato, quindi non riuscì a fingere troppo a lungo di essere arrabbiato.

«No?»

«Okay»

Moth ascoltò il tono di Dean e realizzò che probabilmente non era così arrabbiato da non volergli più parlare di nuovo. Quindi saltò la parte delle scuse e andò dritto su qualcosa di più serio.

«Ecco le regole. Parliamo quando ci va di farlo. Ci vediamo quando vogliamo. Ma quando ci incontriamo, stabiliamo in anticipo quante ore trascorreremo insieme. E io non ti darò di nuovo buca nel bel mezzo dell’appuntamento»

«Onesto. Quindi perché mi hai chiamato?»

«Eri tu ad aver detto che volevi conquistarmi, giusto? Allora inseguimi. Se hai intenzione di flirtare…cosa vorresti fare con me?»

Dean restò in silenzio per un attimo, poi sorrise e disse: «Sei libero oggi? Usciamo insieme.»


Dean e Moth si fermarono di fronte ad una sala giochi interattiva dentro un famoso centro commerciale.

L’interno era debolmente illuminato. Le luci colorate dell’insegna esterna tremolavano e si riflettevano sul pavimento lucido. Di tanto in tanto si sentivano risate, il rumore delle scarpe sul pavimento, e i suoi dei giochi. Dean fissò l’entrata come se non riuscisse a credere a ciò che stava vedendo. Non avrebbe mai immaginato che al primo appuntamento pianificato da Moth, li avrebbe portati lì.

Per Dean, la parola “appuntamento” significava un ristorante carino, musica soft, o al massimo, andare da qualche parte a fare foto come una perfetta coppia di influencer. Ma una sala giochi interattiva, con tutte le sue luci vivaci e lampeggianti? Era così fuori dal suo mondo che riusciva difficilmente a processarlo.

«Quindi questo è quello che volevi fare?» chiese Dean, guardando Moth dalla testa ai piedi.

Moth fece spallucce, come se l’attività di fronte a loro fosse la cosa più facile del mondo, sebbene lo sguardo nei suoi occhi sfidasse apertamente Dean.

«Tu ti alleni tutto il tempo. Cosa c’è che non va? Hai paura di stancarti?»

La sfida colpì duramente Dean. La sua espressione cambiò istantaneamente in una da “mi rifiuto di perdere”.

«Per favore. Chi di noi dovrebbe aver paura di perdere?» rispose, percependo che Moth si rifiutava di arrendersi.

«Andiamo, io ero un atleta.» Moth sollevò leggermente il mento, cercando di apparire il più sicuro di sé possibile, anche se solo dentro di sè. Cominciava a chiedersi se non si fosse seriamente sopravvalutato.

«Davvero? Un artista e un atleta?»

Dean scandì le parole con enfasi, sembrando impressionato, ma il bagliore nei suoi occhi fece sentire Moth come se lo stesse prendendo in giro, piuttosto che lodando.

«Si, sono un uomo dai molti talenti» replicò Moth con una faccia seria, nonostante il suo tono tradiva lo sforzo di non ridere alle sciocchezze di Dean.

«Che sport? Krabi-krabong (*Antica arte marziale armata thailandese)?» chiese Dean, sempre scherzando, provando a contenere le risate senza successo.

Moth alla fine scoppiò a ridere, suo malgrado.

Dean stava cercando di farlo sorridere, ma sentire una vera risata fu anche meglio.

«Cosa fissi?» Moth lo guardò.

«Niente.»

Moth si voltò verso l’entrata, rifiutandosi di ammettere che l’atmosfera tra loro si era già già surriscaldata dal momento in cui erano arrivati.


La stanza da gioco era più grande di quanto Dean si aspettasse. Il pavimento era diviso in sezioni rettangolari luminose, mentre le pareti erano coperte con file di bottoni circolari di differenti colori. Sembrava un enorme parco giochi.

Musica dal ritmo incalzante risuonava a tutto volume dagli altoparlanti. Le luci sul pavimento lampeggiavano e cambiavano continuamente. Quando il conto alla rovescia appariva sullo schermo, i due dovevano calpestare i colori corretti e premere i pulsanti sulle pareti entro il tempo stabilito.

All’inizio, Dean e Moth furono confusi. Una luce appariva sulla sinistra, per poi vederne una sfrecciare verso destra. Per poco non si scontrarono più volte.

«Sinistra!» gridò Dean, mentre si spostava a destra.

Moth si voltò subito per fissarlo.

«Ma che diavolo?»

Il gioco quasi non dava loro il tempo di pensare. Ogni quadrato si accendeva come se volesse mettere loro fretta. Dovevano fare qualche passo, fermarsi improvvisamente, voltarsi per spostarsi lontano dalle luci rosse, abbassarsi per premere un pulsante vicino al pavimento e poi l’attimo dopo allungarsi per premerne un altro in alto, sulla parete opposta.

«Pulsante in alto!» gridò Dean.

Moth saltò e arrivò giusto in tempo, poi si voltò.

«Potevi avvisarmi ancora più tardi?»

Dean rideva a squarciagola ogni volta che faceva un errore, anche se la risata stava iniziando a lasciarlo senza fiato.

«Cazzo, il mio cervello non processa le cose abbastanza velocemente.»

Moth continuò a parlare, nonostante le sue guance si facessero sempre più rosse e il respiro sempre più pesante, fino a che dovette respirare attraverso la bocca. Il gioco si velocizzò al punto che nessuno dei due ebbe più tempo per pensare o dire qualcosa di sarcastico.

«Dean, spostati!»

Moth allungò un braccio per per spostarlo via dalla luce rossa che stava per apparire sotto di lui. Dean fece un passo indietro e scoppiò a ridere. La stanchezza dissolse gradualmente parte della distanza invisibile tra loro. Restava solo il ritmo del respiro, le risate, ordini urlati, e corpi che collidevano senza pensare. Quell’imbarazzo che avrebbe dovuto essere significativo, si trasformò gradualmente in una coordinazione stranamente fluida tra loro.

Quando la porta finalmente si aprì, uscirono fuori ancora ansimanti, mentre la musica all’esterno cominciava di nuovo.

Dean sollevò l’orlo della sua maglietta per asciugarsi il sudore dalla fronte, ansimando pesantemente come se fosse appena fuggito da qualcosa. Moth era accanto a lui, cercando di guardare altrove, ma la maglietta sollevata di Dean rivelava più del normale, col sudore che aderiva visibilmente alle linee toniche del corpo.

La camicia di Moth si era inumidita in un piccolo punto sulla schiena. Entrambi avevano un aspetto leggermente scompigliato.

Dean si voltò per guardare Moth e si bloccò. Onestamente, non riusciva credere che quella persona potesse giocare con tanta intensità. Moth si fingeva disinteressato, ma i suoi occhi brillavano più luminosi di quando si erano visti la prima volta. Sembrava così stanco da aver usato fino all’ultima goccia di energie che aveva, lasciando la semplice sensazione che, per quanto la coppia potesse apparire caotica e ridicola, la persona al suo fianco non era neanche lontanamente irritante, come qualcuno da cui dover continuare a difendersi.

Prima che Dean potesse riposare, Moth lo stava già seguendo nella stanza successiva.

La stanza successiva era più cooperativa che competitiva. L’illuminazione era fioca, con luci colorate che correvano attraverso il pavimento e le pareti. Un beep dal sistema li fece automaticamente avvicinare entrambi.

Moth fissava intensamente la posizione dei suoi piedi, mentre Dean lanciava occhiate al profilo dell’altro nella luce colorata.

Per un breve secondo, un lieve sorriso comparve sulla faccia di Moth prima che… si accorgesse che anche lui stava sorridendo.

Quando il gioco iniziò, entrambi dovettero cambiare posizione, abbassarsi, schivare e raggiungere diversi simboli che apparivano simultaneamente. Il ritmo accelerò finché i muscoli delle braccia non iniziarono a tendersi per la continua pressione dei tasti, e il respiro si fece affannoso. Cominciò a sincronizzarsi con il ritmo del brano successivo.

«Vai a desta. Uno, due, sinistra!»

Moth si girò senza neanche sprecare tempo a rispondere, solo per scoprire che la luce stava cambiando di nuovo.

«Cambio!»

Entrambi si voltarono quasi allo stesso tempo e per poco non persero l’equilibrio.

«Hey!»

Moth realizzò di aver afferrato l’avambraccio di Dean giusto in tempo, permettendo alla luce verde di attivarsi. Dean si girò per ringraziarlo, ma il suono di avvertimento del gioco risuonò di nuovo.

«Dietro di te!» gridò Dean.

Moth si voltò e premette il pulsante sulla parete, proprio mentre il tempo scadeva. Stavano entrambi ancora correndo, le loro mani che si sfioravano nello stesso punto più a lungo del necessario.

«Capito!» gridò Moth più forte di quanto volesse, con un leggero sussulto alla fine della voce.

Dean guardò la sua stessa mano e immediatamente lasciò la presa.

«Avevo paura che cadessi.»

Moth era troppo stanco per allontanare la mano, come avrebbe fatto normalmente, e Dean non aveva lo spazio mentale necessario ad inventare una scusa per prenderlo in giro. Tutto ciò che rimase fu il calore attorno al polso di Moth e il ritmo dei suoi passi, mentre restavano concentrati, finché non riuscirono finalmente a liberare la scena.

Non appena lo screen mostrò “LIBERO”, Dean fu il primo ad esultare.

«L’ho liberato!»

Il suo entusiasmo si ruppe quando dovette inspirare aria nei polmoni. Si girò verso Moth e automaticamente sollevò una mano.

«Ce l’abbiamo fatta.»

Moth, esitante, osservò la mano per un secondo, poi sollevò la sua e batté il cinque.

«Chi ha detto “noi”? Io ci ho trascinati sin dal primo round.»

I loro palmi si incontrarono con uno schiocco secco. Il rimbalzo li portò più vicini di quanto avrebbero voluto. Spalla contro spalla. Entrambi ancora affannati per la corsa. Persisteva un lieve odore di sudore. Si mescolava al profumo dell’altro, in uno spazio troppo ristretto per poterlo ignorare.

Dean si fermò quando vide il sorriso sul volto di Moth.

Non era un sorriso sarcastico. Non uno di cortesia. Era un sorriso sfuggitogli perché Moth era troppo esausto per mantenere la sua solita apparenza.

«Stai sorridendo» disse Dean, la voce più dolce di come lo era stata durante il gioco.

Solo allora Moth sembrò realizzarlo. Il sorriso si irrigidì per un secondo, prima di sparire.


Moth porse dell’acqua a Dean vedendolo respirare ancora con difficoltà. Dean bevve avidamente per placare la sete e poi guardò Moth, che sembrava così tranquillo che non riuscì a non porsi delle domande.

«Non sei stanco neanche un pò?»

Moth scosse la testa invece di rispondere.

«Wow. Ha senso per un atleta professionista.»

D’un tratto, Moth sorrise.

«Cosa?»

«Vedi il sudore?» disse Moth, indicando il sudore che gli bagnava quasi l’intera maglietta. Poi sollevò lo smartwatch per mostrare a Dean le sue pulsazioni cardiache.

«E guarda la mia frequenza cardiaca. Ti chiedi ancora se sono stanco?»

«Allora sei davvero bravo a nasconderlo. Potresti essere esausto e nessuno se ne accorgerebbe.»

Moth socchiuse gli occhi in un’espressione derisoria.

«Stavi mentendo quando hai detto di essere un atleta?»

«Non stavo mentendo. Sono davvero un atleta ma…giocavo a bocce.»

Dean si accigliò.

Moth sorrise e spiegò lentamente.

«Che sport pensavi facessi? Da bambino ero sempre malato. Prendevo il raffreddore quasi una volta a settimana. Se uscivo al sole, svenivo. Se pioveva, le mie allergie si intensificavano.”

«Ora sembri in salute.» Dean allungò la mano e toccò il bicipite di Moth. «Hai anche i muscoli.»

Moth stava ancora sorridendo, così Dean subito prese il suo cellulare per fargli una foto. Moth sussultò.

«Perché stai facendo una foto?»

«È raro vederti sorridere. Voglio averne una.»

Dean studiò ogni espressione troppo da vicino, e il sorriso di Moth iniziò a sparire.

«Dimmi una cosa. Sorridi mai per più di dieci secondi al giorno?»

Quando la conversazione raggiunse quel punto, Moth sentì qualcosa di strano iniziare a sbocciare tra le sue emozioni. Ma non volle badarci, quindi decise di cambiare argomento.

«Io ho scelto la prima attività. Ora è il tuo turno di scegliere la seconda. Cosa vuoi fare?»

Dean ci pensò per un attimo. L’angolo delle sue labbra si sollevò in un sorriso malizioso.

«Qui»

Si avviò davanti con sicurezza, muovendosi come un bambino felice al parco giochi.

«Perché ridi?» chiese Moth, ma Dean non rispose. Moth lo seguì fino ad un posto pieno di cabine per foto con stickers colorati.

«Da questa parte» disse Dean, guidandolo. All’improvviso sembrava più sicuro di sé, come se finalmente fosse tornato in un territorio familiare.

Qualche minuto dopo, Moth e Dean si ritrovarono stipati dentro una cabina per foto tutta colorata.

L’atmosfera era completamente diversa dalla stanza da gioco. Dean scelse le impostazioni delle foto con disinvoltura, come qualcuno finalmente tornato nel proprio elemento. Moth, vicino all’entrata, lo guardava con sospetto, incapace di credere all’attività che Dean aveva scelto. Era una cosa così classica, o meglio, così banale.

«È questo che volevi fare? È tutto ciò che sei riuscito a pensare?»

«Cosa? È un classico»

Moth si mosse come per pagare, ma Dean rapidamente scansionò la carta per pagare per primo, usando il suo corpo per impedire a Moth di farlo.

A quel punto sullo schermo della macchina iniziò un conto alla rovescia.

Mentre aspettavano la foto, Moth sentì Dean sussurrargli di sorridere.

«Sorridi un pò. Non hai detto che era un appuntamento?»

I numeri scorrevano all’indietro davanti a loro. Dieci…nove…otto…

«Non è che uno sorride solo perché è ad un appuntamento.»

«Ma quando fai una foto, devi…»

Moth guardò Dean come se volesse litigare, ma il conto alla rovescia sullo schermo non si fermò per aspettare nessuno dei due. Il flash esplose di bianco di fronte a loro.

Dean continuò a tenere il viso più vicino del necessario, e la curva maliziosa del suo sorriso sembrava dire a Moth che non avesse alcuna via di fuga. Moth sollevò gli angoli della bocca in un sorriso rigido e completamente finto.

«E questo lo chiami sorridere?» Dean sogghignò sommessamente, poi pizzicò delicatamente la guancia di Moth e lo costrinse a girare il viso verso la telecamera.

Un altro flash abbagliante.

La prima foto finì per mostrare un sorriso un pò più animato sul volto di Moth, mentre Dean rideva accanto a lui, ovviamente troppo compiaciuto da se stesso.

Quando iniziò il conto alla rovescia della foto successiva, Moth subito si prese la sua rivincita. Sollevò la mano per spostare la faccia di Dean fuori dall’inquadratura. Dean rise e si voltò, facendoli scontrare nello stretto abitacolo. Le loro braccia si intrecciarono involontariamente. A ogni scorrere del conto alla rovescia, passavano dal contendersi lo spazio davanti alla telecamera al prendersi in giro, senza che nessuno dei due volesse cedere.

In una foto, Dean sollevava con sicurezza due dita, mentre Moth fissava intensamente la fotocamera. In un’altra, Moth provava qualcos’altro mentre Dean gli faceva una smorfia.
Poi, in un istante, entrambi cambiarono posizione contemporaneamente e scoppiarono a ridere. Il braccio di Dean si spostò verso sinistra proprio mentre Moth si voltava. La distanza tra i loro volti svanì all’improvviso. Le risate che si erano sentite un attimo prima cessarono nello stesso istante. Moth alzò lo sguardo e incrociò involontariamente gli occhi di Dean. La leggera luce rosa dello schermo si rifletteva negli occhi di entrambi, mentre la macchina continuava a far scorrere il tempo, completamente ignara.

Il flash partì di nuovo.

Ma stavolta nessuno dei due riuscì a guardare in tempo la fotocamera. L’immagine che la macchina catturò non era una di quelle pose stupide che avrebbero voluto. Aveva colto il secondo esatto in cui Dean e Moth erano fin troppo vicini, gli occhi incollati l’uno all’altro.

I sorrisi rimasti dalle loro prese in giro svanirono lentamente, lasciando il posto a una strana pesantezza emotiva a cui nessuno dei due sapeva dare un nome.

E come sempre, Moth provò a non pensarci.


Ciò che Moth aveva fatto funzionò.

Al termine dell’appuntamento, postò nelle storie delle foto di lui e Dean insieme. Vide che Pun le aveva guardate tutte.

Significava che Pun ora sapeva che stesse uscendo con Dean. E non solo, Moth era uscito con lui il giorno del suo compleanno, un giorno in cui non permetteva a nessuno di avervi accesso. Era una una sorta di messaggio sottinteso, che Moth stesse elevando Dean alla posizione di “persona speciale”.

Moth sperò che lo sforzo avrebbe finalmente spinto Pun ad arrendersi e a vederlo come prima, solo come un amico e nulla di più. In questo modo non avrebbe più dovuto costringersi ad uscire con quel lunatico.

Moth controllò le foto di lui e Dean che aveva postato nelle storie. Chiunque li avesse visti, probabilmente avrebbe pensato che stessero insieme. Non era sicuro se fosse perché la fotocamera aveva continuato a suggerire pose che li aveva portati a stare troppo vicini, o se perché c’era dell’altro che non si riusciva a vedere ad una prima occhiata.

Aveva visto persone innamorarsi e diventare ossessionate dal proprio partner innumerevoli volte, sia nella vita reale che nelle opere di finzione. Spesso usavano la parola “chimica”, come se questa nascesse spontaneamente. Moth l’aveva sentita con le sue orecchie.

Non l’aveva mai davvero compresa. Qualche volta aveva anche dubitato che una cosa del genere esistesse. Ma quando guardò le foto di lui e Dean, non riuscì ad impedire a quel pensiero di attecchire.

Forse era questo che intendevano le persone.

Folle. Cosa gli passava per la testa?

Moth scacciò rapidamente quegli inutili pensieri dalla testa e tornò alla realtà. Si era solo forzato ad uscire con Dean perché cercava un modo per smettere di piacere a Pun. Si stava anche impegnando duramente per costringersi.

«Tienile. Io non le voglio.» Moth restituì a Dean la striscia di foto stampate dalla macchina.

«Perché? Ci sono due copie. Una a testa.» Dean gli mostrò l’altra striscia che già possedeva. Moth tenne la sua con riluttanza.

Un attimo dopo, Dean chiese: «Vuoi continuare?»

«No. Te l’ho già detto.»

Moth prese il telefono, pensando che ciò che aveva fatto fosse più che abbastanza per raggiungere il risultato che voleva.

«Andiamo via?»

«Cosa? Chi è che ha promesso che se avessimo trascorso del tempo insieme, ci saremmo accordati prima sul tempo da dedicarci?»

«Siamo stati insieme per quasi sei ore. Non è ancora abbastanza?»

Dean non rispose. In quel momento, il suo telefono squillò. Dean lanciò un’occhiata allo schermo, poi lo sollevò e rispose con un lieve sorriso. Moth lo vide. Lo fece e diventò curioso. Capì che Dean stava parlando con qualcuno di familiare.

Quando agganciò, Dean tornò a guardare Moth.

«Un amico mi ha chiesto di vederci al nostro solito posto.»

«Un amico, seriamente?»

«Si, un amico. Perché? Geloso?»

«No. Se qualcuno ti ha invitato, vai. Ci separiamo qui. Ciao.»

Moth gli diede le spalle e si avviò, ma Dean lo chiamò.

«Oggi è il tuo compleanno, giusto?»

«Come lo sai?»

«Perché io presto attenzione. Quando incontri una persona nuova, non guardi la sua data di nascita?»

«No.»

«Beh, non devi cercare la mia. Il mio compleanno è il 20 Novembre.»

«Perché me lo stai dicendo? Non ho intenzione di comprarti un regalo.»

«Non te l’ho chiesto.» Dean sorrise. «Ma seriamente, è il tuo compleanno e ti affretti ad andare a casa per stare da solo? Non è un pò…deprimente?»

«Perché? Non posso voler stare da solo al mio compleanno? Giusto perché tu lo sappia, ho trascorso i miei compleanni da solo per più di dieci anni e non sono morto.»

«Quindi perché sei uscito con me oggi? Eri da solo, no?»

Moth si irrigidì e non aprì bocca, perché sapeva che se avesse parlato, la conversazione non sarebbe mai finita.

Dean fece spallucce.

«Quello che vuoi. Un compleanno viene una volta all’anno. Se vuoi tornare e andarti a chiudere nella tua piccola stanza, fai come preferisci.»

«Chi ha detto che sto tornando nella mia stanza?»

Dean lo guardò con genuina sorpresa. La persona di fronte a lui continuava a trovare nuovi modi per stupirlo.

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