La grande barca bianca per “crociere con cena” si allontanò dal molo. Era un’imbarcazione a due piani che navigava sul fiume Chao Phraya. Il ponte superiore era all’aperto e decorato con filari di luci dai toni caldi, mentre quello inferiore ospitava una sala da pranzo chiusa e circondata da vetrate, che permettevano ai passeggeri di ammirare il panorama praticamente da ogni angolazione.

La vibrazione del motore sotto i piedi era così lieve da risultare quasi impercettibile. Il dolce ondeggiare della nave faceva sì che la notte sembrasse trascinarli lentamente con sé, come se l’imbarcazione non avesse alcuna intenzione di farlo. Per non affrettare nessuno verso una destinazione, e fare in modo che tutti a bordo rimanessero nel momento presente ancora un po’.

Luci dorate si riflettevano sulle tovaglie bianche. La musica dal vivo si mescolava con i rumori delle conversazioni, creando un’atmosfera inaspettatamente calorosa. Oltre le grandi vetrate, le luci della città e le sagome scure di templi e ponti in lontananza, scorrevano lentamente. I loro riflessi tremolavano sulla superficie dell’acqua, facendo sembrare che l’intera Bangkok respirasse al ritmo del fiume.

Dean sedeva con Moth ad un tavolo accanto alla vetrata.

All’inizio, Dean osservò il panorama. Poi rivolse il suo sguardo alla persona che gli sedeva di fronte. E continuò a trovare strano che Moth avesse pianificato davvero di venire lì da solo.

«Tu davvero stavi per venire a cena così su una barca da solo? È un pò folle.»

«Che c’è di così folle? Volevo solo fare ciò che mi andava di fare.»

«Ma…» Dean lasciò vagare lo sguardo tutto attorno prima di tornare su Moth. «Davvero non c’era nessuno con cui volessi venire?»

«Se lo odi così tanto, puoi lanciarti nel fiume e nuotare fino a casa» replicò Moth. Le parole potevano sembrare irritate ma non c’era accenno di rabbia nella sua espressione. Era semplicemente il suo modo di parlare.

Più Dean ascoltava Moth parlare del fare attività da solo, più il sentimento nel suo petto si faceva strano. Moth sembrava troppo abituato alla solitudine. Talmente abituato che forse aveva iniziato a convincere se stesso che stare da soli fosse abbastanza. Era come se avesse costruito attentamente la sua vita in modo tale da non aver bisogno di nessun altro, e poi avesse volontariamente sigillato tutte le entrate prima che qualcuno potesse trovare la strada.

Dean sollevò entrambe le mani in un gesto di resa.

«Okay, okay. Bene. Ma almeno stasera non sarai solo»

Moth lo guardò. «Quindi dovrei essere grato di essere qui a cena con te, invece che stare da solo?»

Dean rise.

Moth provò a mantenere la stessa espressione indifferente, ma alla fine un angolo delle sue labbra si piegò all’insù.

Poi Dean guardò fuori dalla vetrata. La città fuori sembrava diversa, adesso. Ad una prima occhiata, la città su entrambi i lati del fiume sembrava fredda e distante. Bangkok aveva il suo proprio ritmo, uno che talvolta risultava difficile da capire per uno straniero. Ma più Dean la guardava, lasciando che gli occhi si adattassero, più iniziò a notare piccoli dettagli nascosti tra i palazzi, le strutture, e i riflessi increspati nell’acqua. L’immagine che all’inizio sembrava ostile, diventò gradualmente qualcosa che avrebbe voluto continuare a guardare.

E Dean improvvisamente pensò che forse Moth fosse uguale. Difficile da avvicinare. Lingua tagliente. Qualcuno che aveva costruito un muro sin dal primo momento che lo aveva incontrato. Ma se non eri troppo rapido a giudicarlo, e se eri disposto a guardare un pò più da vicino, potevi notare una piccola luce nascosta dentro di lui.

Un membro dello staff portò dello spumante.

Dean alzò il bicchiere verso Moth, sollevando le sopracciglia in segno di invito.

Moth sospirò prima di alzare anche il suo bicchiere e farlo tintinnare contro quello di Dean.

Non aveva alcuna idea di come la serata fosse finita in quel modo.


Quando la cena terminò e i piatti furono puliti, lo spumante fu la sola cosa che rimase sul tavolo.

Dean si congedò un attimo per andare in bagno.

Moth portò con sé il bicchiere sulla balconata. La brezza gli tirava delicatamente la camicia mentre osservava il fiume. Tutto attorno a lui sembrava pieno di pace. Sorseggiò lo spumante e lasciò che i pensieri venissero trasportati dalla corrente.

Non aveva idea di quanto fosse bello in quel momento. Ma Dean si.

Dean era tornato dal bagno e si era fermato non molto distante. All’inizio non disse niente. Semplicemente restò lì a fissare Moth sotto le luci della barca. C’era qualcosa di diverso nella quiete che adesso lo circondava. Non era ostile come di solito. Gli spigoli affilati che solitamente lo circondavano, sembravano essersi smussati con la brezza della sera.

Dean prese silenziosamente il cellulare. Per qualche motivo, voleva una prova di quel momento. La prova che, nel giorno del compleanno che Moth aveva programmato di trascorrere in totale solitudine, c’era stato un momento, e uno soltanto, in cui non era sembrato affatto solo.

«Voltati leggermente verso la fotocamera.»

Moth trasalì e si girò verso di lui. Dean stava già tenendo il cellulare.

«Non voltarti troppo. Resta così. Lascia che la telecamera inquadri il tuo viso.»

«Cosa stai facendo?»

«Se non ti è difficile, fallo. Perché devi litigare con me per ogni cosa?»

Moth fu sul punto di rispondergli per le rime, per abitudine.

Ma Dean non stava ridendo di lui. E non sembrava nemmeno voler vincere una qualche discussione ridicola.
Il suo sguardo era insolitamente fermo. Sembrava quasi dire “Fidati di me per una volta. Non ti faccio niente”. La resistenza che di solito Moth opponeva automaticamente, si affievolì lentamente. Tornò nella sua posizione.

«Così. Resta fermo» Dean studiò lo schermo. «Solleva un pò il calice…si, tienilo così.»

Scattò la fotografia. Un attimo dopo, la inviò a Moth.

Moth aprì la foto senza aspettarsi troppo, ma si congelò. Le luci calde della barca addolcivano il suo viso. Dietro di lui, il fiume e le luci della città erano diventati un bellissimo sfondo sfocato. Tutto in quel frame sembrava stranamente perfetto.

Moth lo fissò di nuovo. Per un attimo, non seppe cosa dire. Un sentimento sconosciuto gli crebbe nel petto.

Moth non avrebbe mai pensato che qualcuno potesse scattargli una foto così bella, eppure in cui sembrasse così inconfondibilmente lui.
Forse fidarsi di un’altra persona non significava soltanto permetterle di scattarti una foto migliore. Forse, a volte, significava concedersi di vedere chi si era, da un’angolazione che non si era mai permesso a nessun altro di vedere prima.

«Se tu uscissi con altre persone una volta ogni tanto», disse Dean, «…avresti qualcuno che ti faccia delle belle foto. Non dovresti fare seflie tutto il tempo.»

«Di solito è Pun a farle per me.»

«Allora perché Pun non è venuto con te, oggi?»

Moth bevve un altro sorso. «Perché ho deciso di voler trascorrere da solo tutti i miei compleanni.»

Dean stava per bere ma si fermò. L’espressione divertita sul suo viso sparì lentamente.

«Perché?»

Moth sollevò un sopracciglio.

«Perché devi essere solo il giorno del tuo compleanno?»

Moth sospirò. Per un attimo sembrò volersi rifiutare di rispondere. Ma alla fine parlò onestamente.

«Il compleanno è un giorno importante. Quindi andrebbe trascorso con la persona più importante.»

Dean attese.

«Cioè noi stessi» continuò Moth. «Ci dà il tempo di parlare con noi stessi. Ascoltarci. Pensare alla vita. Tagliare fuori tutto quello di cui non abbiamo più bisogno.»

Dean lo fissò.

«Quindi spegni le candeline da solo?»

«Io non spengo le candeline. Ho appena detto che taglio fuori dalla mia vita tutto quello che non è necessario.»

Dean rise. «Suona lo stesso triste.»

«E tu? Di solito cosa fai al tuo compleanno?»

«Stessa cosa ogni anno. Prenoto dieci tavoli da qualche parte. Festa in grande. Persone che conosco, persone che non conosco. Poi bevo fino a perdere i sensi.»

Dean si grattò la testa mentre provava a ripercorrere i ricordi. Quando ci pensò con attenzione, quei ricordi tornarono stranamente frammentati. Riusciva a stento a distinguere un compleanno da un altro.

In quale anno era successo questo?

Chi c’era presente?

Cosa aveva reso quel particolare compleanno speciale?

Non se lo ricordava.

I suoi compleanni avevano incluso quasi tutto. Eccetto, forse, qualunque cosa potesse essere veramente definita un ricordo.

«Seriamente» disse Dean dopo un pò. «A stento ricordo cosa è successo in ognuno di essi.»

«E questo non lo chiami solitudine?»

Dean ammutolì. La domanda lo aveva colpito molto più duramente di quanto si aspettasse.

«Bene. Ammetto che ci sia probabilmente un pò di solitudine» disse, «Ma è normale, no? Tutti ci sentiamo soli. Alla fine, bisogna imparare a conviverci.»

Moth lo guardò per un pò.

«Vero»

Era forse al prima volta in tutta la serata, che Moth aveva semplicemente concordato con lui, invece di trovare una scusa per discutere.

Dean alzò il bicchiere.

Moth fece tintinnare il prorpio contro il suo.

Prima che Dean potesse bere, comunque, dei membri dello staff si avvicinarono al tavolo. Uno di loro portava una piccola torta. Una candelina brillava dolcemente su di essa. Poi iniziò la canzone.

«Tanti auguri a te…»

Moth si irrigidì.

«Tanti auguri a te…»

Dean si unì al coro senza il minimo imbarazzo. Applaudiva anche per tenere il ritmo, la sua faccia che portava impressa l’inconfondibile soddisfazione di qualcuno che è riuscito nel suo intento.

Moth, nel frattempo, restò quasi immobile.

Dean volontariamente rese la cosa ancora più rumorosa.

«Andiamo. Prova a fare qualcosa di non necessario per una volta. Lo staff si è preso il disturbo di preparare tutto questo. Esprimi un desiderio prima di soffiare sulla candelina.»

«Lo so»

Moth fissò la fiamma. Per un momento, la sua espressione si addolcì. Poi chiuse gli occhi. Solo per un attimo. E quando li riaprì, soffiò sulla candela.

«Buon compleanno, Khun Moth», disse un ragazzo dello staff.

«Grazie.»

Una volta che lo staff ebbe finito e si fu allontanato, Dean lo guardò.

«Una delle cose belle del festeggiare il compleanno con qualcun altro, è che qualcun altro può farti una sorpresa.»

Moth lo guardò a sua volta.

«Buon compleanno» disse Dean. «Spero tu sia davvero felice». Esitò. «Spero…»

Dean aggrottò leggermente la fronte, rendendosi conto di non avere la più pallida idea di quale grande benedizione di compleanno offrire.

«A dire il vero, non so cosa augurarti»

Le labbra di Moth fremettero.

«Quindi…credo che dirò soltanto che sono felice di averti conosciuto.»

Un lieve sorriso apparve sul volto di Moth. Prima che potesse rispondere, Dean iniziò a tagliare la torta. Ne offrì un morso a Moth, che lo accettò nonostante si sentisse abbastanza stranito dall’intera faccenda.

Anche Dean assaggiò un pezzo. E riuscì ad appiccicarsi la crema ad un angolo della bocca.

Moth lo notò immediatamente.

«Hai qualcosa sulla bocca.»

«Davvero?» Dean sollevò una mano e provò a pulirsi. Ma la mancò.

Moth si lasciò sfuggire una risatina. Poi, quasi senza pensarci, allungò una mano. Il suo polpastrello pulì delicatamente la crema dall’angolo delle labbra di Dean. Il tocco era leggero, quasi impercettibile. Ma la punta del dito sfiorò la pelle di Dean.

I loro occhi si incontrarono. Per alcuni secondi, nessuno di loro distole lo sguardo.

La musica e le conversazioni attorno a loro continuavano, eppure in qualche modo lo spazio attorno sembrò farsi silenzioso.

Moth fece per ritirare la sua mano. Dean la afferrò.

Non con forza. Solo abbastanza da impedire a quel lieve tocco di sparire così presto.

Lentamente, invece di allontanarla, permise al suo palmo di poggiarsi contro la guancia di Dean.

Dean si sporse impercettibilmente verso il calore della sua mano. Poi guidò gentilmente la mano di Moth lungo la guancia, spostandola più giù, finché non fu vicina alle sue labbra. Nessuno di loro sembrava disposto ad interrompere il momento.

La distanza tra loro si accorciò, finché a separarli non ci fu nient’altro che il loro respiro.

Poi si udì un’esplosione attutita provenire da qualche parte oltre la barca.

Entrambi trasalirono. Fuochi d’artificio esplosero nel cielo in lontananza. La luce sbocciava sopra il fiume, con i suoi colori che tremolavano riflettendosi sulle acque del Chao Phraya.

Era meraviglioso.
Non diverso dalla sensazione che stava sbocciando dentro Moth in quel momento.

Moth guardò Dean.

«Questa è un’altra sorpresa?»

Dean rise. Voltò il viso dall’altra parte e accennò un lieve cenno d’assenso, cercando di dare l’impressione che tutto fosse andato esattamente secondo i piani.

La sua espressioni lo tradì.

Moth lo fissò per un momento. Poi rise anche lui.

Per anni, il compleanno di Moth era trascorso silenziosamente. Così silenziosamente da non lasciare quasi traccia. Aveva sempre creduto che stare da solo fosse il modo più sicuro per proteggere un giorno che apparteneva soltanto a lui. Non ci sarebbero stati auguri da attendere. Nessuna aspettativa. Nessuna delusione.

Ma quest’anno c’era stato Dean. C’era stata una piccola torta di compleanno. Una canzone di “Tanti auguri a te” che non aveva mai chiesto a nessuno di cantare. Fuochi d’artificio diffusi sopra il fiume. E c’era anche quella sensazione, che si insinuava a poco a poco nel suo cuore senza chiedere il permesso.

Una serata del tutto ordinaria che Moth aveva pensato di trascorrere da solo, era diventata in qualche modo un compleanno che sapeva avrebbe ricordato.


Il taxi si fermò si fermò di fronte al condominio di Moth.

Dean pagò il tassista, poi guardò al suo fianco. Moth si era addormentato. La sua testa era caduta di lato contro la sua spalla.

Un piccolo sorriso comparve sulla faccia di Dean. Esitò un attimo, prima di svegliarlo gentilmente.

«Hey…» La sua voce più dolce del solito. «Hey, siamo arrivati.»

Parlò quasi come se avesse paura di spaventarlo.

Moth lentamente aprì gli occhi. Per alcuni secondi sbatté solo le palpebre, ancora stordito, cercando di ricordare chi fosse. Poi realizzò dove era poggiata la sua testa. Si raddrizzò immediatamente.

«Quando mi sono addormentato? Non me ne sono accorto.» Sollevò un braccio per toccarsi il retro del collo, evidentemente sperando che quel movimento nascondesse il suo imbarazzo.

Dean sorrise.

«Non lo definirei dormire. Lo definirei essere ubriachi.»

La parola “ubriachi” fece fermare Moth. Frammenti della serata a bordo della barca tornarono gradualmente.

La musica. Le luci. Lo spumante. Un brindisi dopo l’altro.

Inizialmente Moth aveva pianificato di bere solo un sorso o due di festeggiamento. Ma l’atmosfera si era rivelata più piacevole di quanto si fosse aspettato. Quindi si era permesso di continuare. E da qualche parte, nel bel mezzo della serata, aveva smesso di contare quanti bicchieri avesse bevuto.

Aveva riso più facilmente. Parlato di più. Accettato ogni bicchiere che Dean gli aveva porto. Quasi come se stesse provando a riparare a tutti i i compleanni che aveva trascorso a bere da solo.

Il divertimento della serata gli aveva fatto abbassare la guardia. L’alcol aveva fatto il resto. E, evidentemente, ad un certo punto si era addormentato sulla spalla di Dean. Per svegliarsi solo una volta raggiunto il suo condominio.

Un calore salì sulla faccia di Moth. Allontanò lo sguardo dal sorriso consapevole di Dean, e scese dal taxi.

Dean lo seguì.

Moth fece del suo meglio per ricomporre l’espressione e farla tornare normale.

Dean, comunque, continuò a sorridere.

«Ti ricordi ancora tutto, vero?» lo prese in giro. «O hai perso i sensi?»

«Mi ricordo. Non ero così ubriaco.» La risposta di Moth suonava decisamente più sicura di quanto si sentisse in realtà. Entrò nell’atrio del condominio, e premette il pulsante dell’ascensore, come se raggiungerlo il più rapidamente possibile potesse in qualche modo mettere fine alla conversazione.

Dean lo seguiva poco più dietro. I loro passi riecheggiarono attraverso il pavimento tirato a lucido della struttura silente.

«Davvero?» chiese Dean. «Ti sei addormentato sulla barca. Quanto hai bevuto?»

«Avevo paura che il vino non sarebbe finito prima della fine della gita.»

Dean rise.

L’ascensore emise un segnale acustico.

Moth si voltò a guardarlo con un lieve sorriso, nel tentativo di fingere che fosse tutto perfettamente ordinario tra loro. Anche se i suoi sentimenti erano tutt’altro che ordinari.

«Grazie per avermi accompagnato a casa.»

Entrò nell’ascensore. Prima che le porte potessero chiudersi, Dean si sporse per fermarle.

«Riesci a salire da solo?»

Moth lo guardò.

«Vuoi che ti accompagni di sopra?»

Le parole suonavano preoccupate. Gli occhi di Dean però le fecero sembrare qualcosa di completamente differente. Moth capì cosa intendesse. E, fastidiosamente, lo capì anche il suo corpo. Si addentrò ulteriormente nell’ascensore.

Dean lo seguì. Le porte si chiusero.

Dentro il piccolo spazio chiuso, il silenzio rese il suono del battito di Moth ancora più forte.

Dean parlò come se ciò che stava per dire fosse del tutto innocente. Il suo sguardo diceva tutt’altro.

«Mi sto solo assicurando che arrivi davvero alla tua stanza.»

Moth sospirò. Si concentrò sul cambiare il numero del piano. Dean era così vicino che ignorare la sua presenza era assolutamente impossibile.

L’ascensore finalmente arrivò al piano di Moth. Non appena le porte si aprirono, Moth uscì. Dean lo seguì fino alla fine del corridoio.

«Puoi andare a casa adesso?»

Dean si appoggiò contro la parete del corridoio.

«Davvero vuoi che me ne vada?»

Moth sollevò un sopracciglio. Il suo cuore ebbe un piccolo, irritante sussulto.

«Questo è soltanto il nostro primo appuntamento. Vuoi già entrare nella mia stanza?»

Dean sorrise.

«Quanti appuntamenti sono necessari prima che tu mi faccia entrare?» Il suo tono restò canzonatorio. Ma c’era abbastanza profondità nel suo sguardo da rendere la domanda meno scherzosa. Moth si fermò. Aveva la risposta pronta sulle labbra.

Dean sembrò accorgersene. E forse si accorse anche che, se avesse insistito ancora un pò, Moth si sarebbe ritirato di nuovo dietro le sue mura. Quindi si raddrizzò.

«Sto scherzando.» Poi si fece da parte. «Ti lascio qui. Io vado.» Si voltò e si incamminò verso l’ascensore.

Moth lo osservò andare via. Per qualche strana ragione, la stanza che lo aspettava dietro di lui gli sembrò più vuota di quanto lo fosse prima. Aprì la porta ed entrò. Le luci del corridoio filtrarono dall’ingresso. Poi Moth chiuse la porta. Vi si appoggiò contro. E rimase lì.

Avrebbe dovuto sentirsi sollevato. La serata era terminata. Lui era a casa. Dean se ne stava andando. Tutto sarebbe dovuto tornare alla normalità. Al contrario, il cuore di Moth continuava a battere in maniera irregolare.

Fuori, Dean aspettava da solo di fronte all’ascensore. Lanciò un’occhiata alle sue spalle, verso la porta chiusa di Moth. Il sorriso sul suo viso scomparve gradualmente. Espirò profondamente, come per ricordare a se stesso che ciò che era successo quella sera era già acqua passata.

Dentro la stanza, Moth restò intrappolato tra due impulsi. La ragione gli diceva di chiudere la porta. Dimenticare tutto. Andare a dormire. I sentimenti gli dicevano che se Dean se ne fosse andato adesso, avrebbe permesso a quel qualcosa di sparire prima ancora di capire cosa fosse.

Alla fine, Moth mormorò qualcosa tra se e se. Poi spalancò la porta.

Alla fine del corridoio, le porte dell’ascensore si aprirono. Dean entrò. Moth corse in fondo al corridoio e premette il pulsante di chiamata prima che le porte si chiudessero del tutto.

Si riaprirono.

Dean alzò gli occhi.

Moth era fuori, leggermente senza fiato, la sua faccia lievemente arrossata.

«Hey…»

Moth non gli diede abbastanza tempo per terminare la domanda. Entrò nell’ascensore. Veloce. Poi spinse Dean finché la sua schiena non colpì la fredda parete di metallo. Si guardarono l’un l’altro da una distanza ravvicinata. Moth parlò per primo.

«Io ti piaccio?»

Per un breve attimo, Dean lo guardò soltanto. Poi rispose senza distogliere lo sguardo.

«Si.» La sua voce era sicura. «Si».

Passò un momento.

«Mi piaci tanto, tanto»

Le porte dell’ascensore si chiusero. Il mondo all’esterno scomparve. E la breve barriera che era rimasta tra ragione e sentimento finalmente andò in frantumi.

Moth lo baciò.

Premette le sue labbra contro quelle carnose di Dean. Il bacio era urgente, un pò instabile. Ma non c’era alcun dubbio riguardo la decisione di farlo.

Dean di irrigidì solo per un istante. Poi la sorpresa lasciò il posto ad un inconfondibile piacere, e ricambiò il bacio di Moth.

Attirò Moth verso di se. Le labbra di lui si schiusero. Il bacio si intensificò. La dolcezza rimase sulle loro lingue. Le punte dei loro nasi si sfiorarono. Le mani larghe di Dean si mossero sul corpo di Moth. Tutto tra loro si spinse rapidamente oltre il punto in cui nessuno dei due avrebbe potuto fingere che fosse innocuo.
E, in qualche modo, entrambi sapevano che non era ancora abbastanza.

Moth fu il primo a farsi da parte. Il suo respiro era affannato quando parlò.

«Ventuno giorni».

Dean sbatté le palpebre. «Cosa?»

«Se davvero ti piaccio, esci con me per ventuno giorni». Moth scandì ogni parola con chiarezza, come se sapesse che se non fosse apparso abbastanza sicuro, avrebbe potuto cambiare idea mentre lo diceva.

«Se riusciamo a resistere per ventun giorni, vedremo.»

Dean lo fissò. Per un attimo, sembrò sinceramente attonito. Poi qualcosa di luminoso comparve nei suoi occhi.

«Quindi…» Le sue labbra si curvarono. «Vuoi dire che dopo ventuno giorni posso entrare nella tua stanza?»

Moth capì subito che Dean lo stesse prendendo di nuovo in giro. Ma invece di ritrarsi, lo guardò dritto negli occhi. A quanto pareva, il suo lato competitivo era forte quanto il suo desiderio.

«Mm» Sollevò il mento. «Se vuoi spingerti fino a quel punto, va bene.»

Stavolta fu Dean ad essere sorpreso. Poi, un enorme sorriso si diffuse lentamente sul suo volto. E poco dopo, anche altre parti di lui iniziarono ad espandersi.

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