Moth tornò nella sua stanza e chiuse lentamente la porta dietro di se. Lo circondava lo stesso silenzio di sempre. E tuttavia, in qualche modo, non sembrò più lo stesso. Le sue labbra ancora sembravano portare tracce di Dean. Il ritmo suo cuore non era ancora tornato del tutto normale dopo ciò che era accaduto nell’ascensore.
Sapeva che la condizione dei ventuno giorni che aveva proposto a Dean non era nata soltanto da quella sensazione di fremito che avvertiva al petto. C’era qualcosa di più pesante dietro di essa.
I suoi pensieri tornarono alla conversazione con Pun di qualche giorno prima. In quel momento, Moth aveva solo voluto essere sicuro che, qualunque cosa stesse accadendo con Dean, non avrebbe più ferito Pun. Ma quando si era sentito fare ad alta voce quella domanda, si era accorto della sua stessa esitazione. Della sua confusione su fino a che punto fosse realmente disposto a lasciare che la cosa andasse avanti.
«Ti sta bene che…io mi avvicini a Dean?» Moth aveva cercato di dare un tono casuale alla domanda. Ma la voce gli era uscita più bassa del solito.
Pun fece una pausa. Poi rispose con tranquillità: «Perché non dovrebbe?»
Moth lo guardò.
«Tanto non fai sul serio con lui, no?»
La risposta colse Moth di sorpresa. Pun continuò a parlare senza alcun giudizio. Il suo tono, semmai, trasmetteva la stanca certezza di chi credeva di comprendere entrambi fin troppo bene.
«Uno come Dean ci prova praticamente con tutti quelli che incontra» disse Pun, «E qualcuno di così
maledettamente esigente come te…» Si strinse nelle spalle. «Certo, potete divertirvi. Ma avere relazione seria è più difficile di così.»
Moth lo fissò.
«Sai che uno come Dean non è il tipo di persona con cui puoi restare a lungo.»
Moth tentò di far sembrare la domanda successiva come uno scherzo. Ma attese seriamente la risposta.
«Che intendi per “a lungo”? Per sempre?»
Pun rise.
«Tra te e Dean? Farla durare più di sette giorni sembra già difficile.»
Il ricordò svanì.
Moth si ritrovò di nuovo nella sua stanza. E improvvisamente capì perché aveva sputato fuori quel numero assurdo di ventuno giorni. Non si trattava solo di darsi il tempo di capire con attenzione che tipo di relazione potesse nascere tra lui e Dean. Ventuno giorni erano anche un periodo abbastanza lungo per dimostrare a Pun qualcosa. Se Pun avesse visto Moth e Dean continuare ad uscire insieme tanto a lungo, forse avrebbe finalmente creduto che non fosse solo un gioco. Forse avrebbe creduto finalmente che Moth fosse abbastanza serio da lasciarlo andare.
Ma ventuno giorni con qualcuno di caotico come Dean, non era affatto un breve lasso di tempo. Soprattutto quando l’intera relazione era nata da qualcosa di così ridicolo. E Moth non era più tanto sicuro che sarebbe stato in grado di controllare i suoi sentimenti strada facendo.
Abbassò lo sguardo sul cellulare. Poi sospirò. Aprì la chat con Dean e digitò: “Ho cambiato idea. Facciamo dieci giorni”.
Le dita scivolarono sullo schermo. Ragione e paura si scontrarono ancora per un istante.
Poi premette invio.
Dean entrò in casa col cellulare alla mano. Era in video chiamata con Ten. Si sfilò le scarpe con noncuranza e si diresse verso la camera da letto, comportandosi come se non fosse accaduto nulla di particolarmente importante.
«Ho già conquistato Moth» annunciò Dean. La sua voce straripante di autostima, come se dire le parole con voce abbastanza alta potesse renderle incondizionatamente vere.
«Ora sta a te riuscire a conquistare il Dr. Pun»
Ten socchiuse gli occhi allo schermo.
«Sei sicuro di piacere a Moth?»
Dean fece spallucce. Un ghigno apparve sul suo viso.
«L’ho baciato. Conta come prova che gli piaccio?»
«Bene. Ma non andarci troppo veloce con lui. Dammi il tempo di corteggiare Pun.»
Dean si lanciò sul letto con un sospiro, con l’aria di uno che era stato in qualche modo trascinato controvoglia in un gioco che lui stesso aveva cominciato.
Alla fine, la chiamata terminò.
Quasi immediatamente dopo, apparve un messaggio. Era da parte di Moth.
“Ho cambiato idea. Facciamo dieci giorni”.
Dean lo lesse. Poi ridacchiò. Le sue dita si mossero sulla tastiera.
“Perché? Hai paura di non riuscire a resistere tanto a lungo?”
Osservò la frase. Per qualche ragione si fermò. La cancellò.
Scrisse, invece: “Qualunque cosa tu voglia”. Poi lanciò il telefono sul letto. Ma lo strano sentimento nel suo petto non sparì.
Per abitudine, Dean aprì il la cassettiera accanto al letto. Ne tirò fuori una polaroid. Era una foto di lui e Moth. Il sorriso di Moth nella fotografia appariva leggermente rigido, mentre Dean gli stava troppo vicino.
Dean la guardò per un momento. Poi, piuttosto che soffermarsi a riflettere sul perché l’avesse tirata fuori, la lanciò di nuovo nel cassetto. La fotografia atterrò su molte altre. Foto di feste. Foto di volti sorridenti. Di persone a cui un tempo Dean era stato vicino. Persone le cui spalle aveva cinto con un braccio. Momenti che, ad un certo punto, gli erano sembrati apparentemente così importanti da serbarne un ricordo. Ma, alla fine, ciascuna di quelle fotografie era finita nello stesso posto: un cassetto.
Nessuna era stata incorniciata. Neanche una appesa alla parete. Nessuna era diventata particolarmente speciale. Dean non sapeva se Moth sarebbe stato diverso. Per lui, Moth era ancora soltanto una delle tante persone che aveva incrociato nella sua vita.
Forse appena più speciale delle altre. Ma solo un pò.
Giorno uno
Moth organizzò un incontro con Dean presso un centro specializzato in bagni di ghiaccio. Dean aveva già visto delle recensioni del posto da alcuni suoi amici influencer. Non era mai stato abbastanza interessato da venirci da solo. Dean era difficilmente il tipo di influencer da “salute e fitness”. Non rientrava assolutamente nel tipo di clientela per un posto simile. Se Moth non lo avesse invitato, non ci sarebbe mai andato.
Il luogo era stato chiaramente progettato per trasmettere un senso di calma. L’aria era fredda. Tutto profumava di pulito e disinfettato. Tuttavia più Dean restava dentro ad aspettare, più diventava agitato. Moth era in ritardo.
Dean spinse la sua borsa in un armadietto con più forza del necessario, e si portò il telefono all’orecchio.
«Dove sei?» La sua irritazione crebbe. «Quando arrivi? Mi stai dando buca di nuovo?»
Una voce rispose attraverso il telefono. In quell’esatto momento, il proprietario di quella voce comparve dietro di lui.
«Sono qui. Perché urli?»
Dean si girò di scatto. Moth era lì in piedi, col cellulare ancora in una mano.
Chiuse la chiamata. Poi lanciò un’occhiata teatrale al polso, come per controllare l’ora, nonostante Moth fosse in ritardo di appena pochi minuti.
«Mi hai invitato tu e nonostante ciò arrivi in ritardo.»
«Di cosa ti lamenti? Abbiamo stabilito che avremmo scelto a turno cosa fare ogni giorno.»
«Mi ricordo. Solo non capisco perché dovevamo venire qui.»
«Volevo provare. Ci viene molta gente.» Moth lo guardò. «Tu non vuoi provare?»
Dean borbottò sottovoce. Poi si sfilò la maglia.
«Bene. Facciamo prima la doccia, e poi entriamo.»
Gli occhi di Moth si incollarono su Dean. Più nello specifico, sulle sue spalle larghe. Non era ricoperto di enormi, vistosi muscoli. Piuttosto il suo corpo era asciutto. Tonico. Forte. Quella vista lo colse più alla sprovvista di quanto si aspettasse. Vedere Dean a torso nudo, immediatamente riportò la sua mente all’ascensore. Alla sensazione di essere tirato contro quel petto. A quelle braccia che lo circondavano. Alle labbra piene di Dean che ricambiavano il bacio che Moth aveva iniziato. Quel ricordo gli fece distogliere rapidamente lo sguardo.
Dean se ne accorse. Ovviamente. Un sorrisetto comparve sul suo viso.
«Hey. Hai detto che dobbiamo fare la doccia.»
«Lo so.»
«Allora spogliati.»
Moth gli lanciò un’occhiata.
«Ora lo faccio. Perché mi stai fissando?»
Dean gli si avvicinò di un passo.
«Ti sto guardando» Il suo sorriso si allargò. «Tu stavi guardando me un secondo fa, no?»
«Non stavo guardando» rispose Moth prontamente. «Mi sono solo voltato da questa parte»
«Oh, davvero?» Dean sollevò un sopracciglio. «E cosa hai visto?»
Moth quasi lo maledisse. Invece, decise che attaccare fosse meglio che battere la ritirata. Si sfilò la camicia. Dean ammutolì.
La pelle di Moth era pallida e liscia dal collo fino alla vita. Il suo corpo era tonico. Non fragile. Nemmeno lontanamente debole, come Dean aveva precedentemente ipotizzato. Le spalle erano ben modellate. Lo stesso valeva per le braccia. Si notava persino una leggera definizione muscolare sull’addome. E improvvisamente Dean collegò ciò che stava vedendo, con ciò che aveva sentito sotto le sue mani la sera prima. Deglutì.
Il corpo di Moth era proprio di fronte a lui. Come lo erano quelle labbra rosate che aveva baciato. La sua stessa reazione stava diventando troppo ovvia. Si costrinse a guardare altrove.
Moth lo notò.
«Soddisfatto?»
«Sbrigati. Stiamo perdendo tempo.» Dean afferrò la sua asciugamano, e fuggì verso le docce.
Moth lo guardò allontanarsi. Poi voltò la schiena all’armadietto. Il suo cuore stava battendo più veloce di quanto avrebbe dovuto. Forse l’acqua fredda avrebbe finalmente raffreddato i suoi pensieri.
Dopo aver fatto la doccia ed essersi cambiati, i due sedettero l’uno di fronte all’altro nella vasca di ghiaccio. Sfortunatamente, l’acqua fredda fece davvero poco per allentare la tensione tra loro. L’acqua fredda saliva alta contro le loro gambe. I muscoli iniziarono a contrarsi dal freddo. Entrambi finsero di stare assolutamente benissimo.
Un membro dello staff spiegò: «Per i principianti, l’acqua è tra i dieci e i quindici gradi. Vi cronometrerò per cinque minuti e mezzo. Se uno dei due non dovesse farcela, me lo dite»
Dean stava tremando visibilmente. E nonostante ciò cercò di dare l’impressione di avere tutto sotto controllo.
Moth sedeva dal lato opposto, respirando lento e calmo. Fastidiosamente calmo.
Moth osservò il corpo di Dean scosso dai brividi.
«Se non ce la fai , non forzarti», un angolo delle sue labbra si sollevò. «Facciamo una gara?»
Dean lo guardò.
«A chi regge di più?»
Moth annuì.
«Cosa ottiene il vincitore?» chiese Dean, « Un altro bacio?»
«Prima vinci.»
Si fissarono l’un l’altro. Nessuno dei due aveva la minima intenzione di arrendersi.
Il freddo si fece più pungente. Dean si obbligò a sorridere nonostante tremasse.
Moth restò dritto, nonostante iniziasse a sentire le dita indolenzite. Le labbra serrate in una linea sottile. Un lieve tremore gli attraversò il braccio.
I denti di Dean iniziarono a battere.
«Se non ce la fai, arrenditi. Perché forzarti?»
«No»
«Davvero ti dispiace così tanto baciarmi?» Dean sorrise nonostante il freddo. «Hai iniziato tu l’altra sera. Mi hai quasi divorato le labbra a morsi.»
«È solo che non voglio perdere.»
«Onestamente, un altro bacio non è nemmeno un premio. Lo abbiamo già fatto.» Dean lo guardò. « Possiamo cambiarlo con qualcosa di più di un bacio?»
Moth lo guardò con gli occhi ridotti a due fessure.
«Allora facciamo un pugno. Chi vince può colpire in faccia chi perde.»
Dean lo fissò.
«Wow. Perché devi essere così brutale?»
Continuò a scherzare nonostante il freddo, dicendo che il ghiaccio stesse praticamente iniziando a diventare bollente. Ma più i secondi passavano, più il freddo si insinuava nei loro corpi ancora e ancora più in profondità. Dean non aveva più abbastanza energia per continuare a discutere. Così, invece, Moth raccolse un po’ di quell’acqua gelida e gliela schizzò direttamente in faccia. Quasi in quell’esatto momento, il timer suonò.
Poi l’espressione di Moth si contrasse bruscamente. La mano gli scattò verso la coscia.
«Ahi… un crampo…»
L’atteggiamento di Dean cambiò completamente.
«Hey!»
Si mosse immediatamente.
«Che succede? Dove ti fa male?»
Dean dimenticò il freddo. Dimenticò la sfida. Si alzò così rapidamente dalla vasca che l’acqua schizzò dappertutto. Si mosse verso Moth, le parole che gli uscivano brevi e urgenti. Gli occhi, comunque, rivelavano la sua preoccupazione ancora più chiaramente di quanto facesse la voce.
Moth lo guardò. Per un breve istante, guardò dritto in volto la preoccupazione sincera di Dean. Poi lasciò la presa sulla coscia. La sofferenza sparì dalla sua espressione. Sostituita da un piccolo, crudele sorriso.
«Ops» Guardò Dean in piedi fuori dall’acqua. «Sei uscito?». Il suo sorriso si allargò. «Quindi ho vinto.»
Dean si congelò sul posto. Gli sembrò che la preoccupazione che aveva provato qualche secondo prima, gli venisse schizzata addosso più fredda dell’acqua gelida. Incrociò le braccia e guardò Moth incredulo.
«Mi hai imbrogliato?»
Moth rispose senza un accenno di sensi di colpa.
«Nello sport, la chiamano strategia. Non è contro le regole.»
Mosse la gamba con naturalezza, rendendo perfettamente evidente che non aveva nulla che non andasse.
Moth si aspettava che Dean si lamentasse ad alta voce. O che obiettasse. O che ribattesse con un’altra battuta. Dean non fece nulla di tutto ciò. Il divertimento sparì dai suoi occhi. La sua espressione divenne insolitamente piatta.
Poi, semplicemente si voltò e si allontanò. Senza dire una parola. Lasciando Moth da solo con la sua vittoria.
Dopo essersi cambiati d’abito accanto agli armadietti, il freddo rimase attaccato alla loro pelle. Ma Moth pensava che l’espressione distante di Dean fosse ancora più gelida. Alla fine, l’irritazione ebbe la meglio.
«Se hai intenzione di arrabbiarti per qualcosa di così insignificante, dovresti arrabbiarti con te stesso, non con me.»
Dean non disse niente.
Moth divenne ancora più infastidito.
«Stavamo giocando. È normale scherzare.»
Dean finalmente lo guardò.
«Normale?» La sua voce era più tagliente adesso. «Stai dicendo che giocare coni sentimenti di qualcun altro è normale?»
Moth si accigliò. Era sinceramente perplesso.
«Sentimenti?»
Una pausa.
«Quali sentimenti?»
Dean rispose prima di potersi fermare.
«Ero preoccupato per te»
Moth si immobilizzò. Le parole lo avevano colpito. Non era abituato a sentirsi dire cose del genere apertamente. Soprattutto, non era abituato a qualcuno che gli dicesse chiaramente di essere preoccupato per lui. Lo fissò.
«Perché ti sei preoccupato?»
Dean si fermò. Non perché non avesse una risposta. Ma perché non aveva idea di come potesse Moth anche solo fare quella domanda.
«Lascia perdere.» L’espressione di Dean si indurì. «Seriamente, uno come te probabilmente non ha comunque bisogno che qualcuno si preoccupi per lui.» Guardò Moth. «Sei già abbastanza di sangue freddo».
Poi se ne andò.
Moth restò dov’era. Le parole “sangue freddo” rimasero sospese nell’aria. Avevano colpito più di quanto volesse ammettere.
Vecchi ricordi riaffiorarono. Discussioni. Momenti da solo. E la voce di Pun dal passato: « A volte, quando qualcuno vuole darti qualcosa di bello, dovresti solo accettarlo. Non è così difficile.»
Moth espirò lentamente. Il ricordo svanì di nuovo. Ma il sentimento freddo che Dean si era lasciato dietro, rimase. Il loro primo appuntamento era terminato dietro una nuvola di irritazione.
All’inizio Moth non si era aspettato molto da quell’uscita. E tuttavia, non si era neanche aspettato che un solo appuntamento con Dean potesse lasciarlo così frustrato.
Nel bene o nel male, comunque, aveva già acconsentito ad uscire con lui fino al termine dei dieci giorni.
Giorno due
Dean stava aspettando Moth ad un lungo tavolo dentro il ristorante di un hotel. Il tavolo sembrava fin troppo ampio per sole due persone. C’erano circa dieci sedie attorno ad esso.
Quando Moth arrivò, il suo sguardò atterrò subito sulle dimensioni del tavolo. La sua espressione mutò.
«In ritardo come al solito» disse Dean.
«Solo di cinque minuti. Sei tu ad essere arrivato prima». Moth si guardò intorno. «Perché il tavolo è così grande?»
Prima che Dean potesse rispondere, due persone tornarono portando con se dei piatti con del cibo.
Ohm e Boom. Lo salutarono immediatamente.
«Ciao…sei Moth, giusto?»
«Siamo amici di Dean»
Moth esitò.
«Hm…»
Il telefono di Dean squillò. Lui rispose e guardò verso l’ingresso.
«Pronto? Sì, il tavolo è in fondo. Ti sto facendo un cenno».
Un secondo dopo, arrivò An con un sorriso.
«Scusate, sono in ritardo. Il traffico era tremendo.»
Dean iniziò a presentarli.
«Lui è Moth. E lui è An…»
An si lasciò sfuggire un suono di riconoscimento.
«Ohhh. Lui…» I suoi occhi si spostarono su Dean. Si spalancarono leggermente, come se sapesse già perfettamente chi fosse Moth.
«Ciao, Moth.» Poi An osservò il cibo. «Sono affamato. Posso andare a prendere qualcosa, vero?» Si allontanò per prenderlo.
Moth immediatamente si sporse verso Dean e abbassò la voce. Il suo disappunto era evidente.
«Che cos’è questo?»
Dean lo guardò.
«Pensavo che noi due dovessimo mangiare insieme.»
Dean fece spallucce.
«Andiamo. Sono tutti amici.»
A quel punto, Dean alzò una mano per salutare qualcuno.
«P’Jo! Qui!»
Jo arrivò con altre due o tre persone. Seguirono altre presentazioni. L’atmosfera diventò ancora più vivace.
Moth sedeva al suo posto stordito. Non riusciva a decidere se essere arrabbiato o accettare semplicemente che la sua definizione di “appuntamento” e quella di Dean fossero completamente differenti.
Il tavolo si riempì gradualmente. La conversazione procedette incessantemente. Lo stesso le risate. Il suono delle posate non finiva mai.
Dean sembrava perfettamente a suo agio. Parlava con le persone dal lato opposto del tavolo. Scherzava con loro. Rideva con naturalezza.
Moth, nel frattempo, si sentiva come se fosse stato catapultato in un altro pianeta senza le istruzioni su come uscirne. Notò Ohm e Boom imboccarsi a vicenda con nonchalance. Nessuno attorno a loro parve trovare quel comportamento strano. Questo, in qualche modo, lo mise ancora più a disagio.
Tutti ridevano così facilmente. Tutto sembrava venire loro senza sforzo. E quella disinvoltura lo fece sentire ancora di più fuori posto.
Jo alla fine si accorse che Moth a stento avesse mangiato.
«Moth, vuoi del pollo? È buono»
«No grazie. Andrò io a prenderne un pò.»
An subito si intromise.
«Ma io lo accetto, P’Jo. Grazie»
Jo rise e servì ad An del cibo. An continuò a parlare con la stessa naturalezza di prima.
Dean lanciò un’occhiata verso Moth. Poi qualcuno lo trascinò di nuovo nella conversazione.
Moth sospirò piano. Stava iniziando a domandarsi perché fosse ancora seduto lì. Lentamente divenne l’unico punto silenzioso in un tavolo altrimenti pieno di vita. Poi, sotto al tavolo, una mano sottile scivolò sulla sua. Dean gli prese la mano. Un calore lo raggiunse proprio nel momento in cui si sentiva più a disagio.
Moth non seppe cosa farsene. Una parte di lui si sentì rassicurata. Significava che Dean sapesse che era lì. Che lo avesse notato. Ma allo stesso tempo, quel gesto lo fece sentire ancora di più fuori posto. Perché Dean continuò a parlare. A ridere con i suoi amici. Continuò ad esistere con naturalezza all’interno del proprio mondo. Tutto mentre teneva la mano di Moth sotto al tavolo, come se fosse perfettamente ordinario, qualcosa che poteva fare senza neanche distogliere per un attimo l’attenzione da tutto il resto.
Alla fine Moth spinse via la sua mano.
«Vado in bagno». Si alzò e se ne andò senza aspettare risposta. Le risate dietro di lui continuarono.
Piu si allontanava dal tavolo, più strano si faceva il sentimento nel suo petto.
Più vuoto.
Moth era in piedi davanti al lavandino a lavarsi le mani. L’acqua era fredda sulla pelle. Osservò il suo riflesso nello specchio. Poi sospirò. Si girò per andarsene.
Mnetre usciva incrociò Ohm e Boom diretti verso il bagno. Moth rivolse loro un cortese sorriso.
Aveva fatto appena pochi passi che si accorse di aver lasciato il telefono accanto al lavandino. Irritato da se stesso, fece dietrofront.
Prima di mettere piede dentro, però, sentì delle voci provenire da oltre la porta: Ohm e Boom.
Moth si fermò. Non perché intendesse origliare. Semplicemente li aveva sentiti prima di farsi vedere.
«Il nuovo ragazzo di Dean è carino, ma sembra molto silenzioso.»
«Magari è solo una mia impressione, ma non ti sembra anche un po’ altezzoso?»
«Forse non si sente ancora a suo agio.»
«Pensi? È davvero silenzioso.»
Moth chiuse gli occhi. Espirò lentamente. Poi entrò nella stanza. Ohm e Boom sussultarono quando lo videro. Moth rivolse loro un finto sorriso. Uno costruito con cura. Come se non avesse ascoltato assolutamente nulla.
«Ho dimenticato il mio telefono.»
Lo prese. La sua espressione restò quasi immutata. Ma c’era della nuova tensione sotto di essa. Non disse nient’altro. Poi uscì, lasciando gli altri due lì impacciati.
Quando Moth tornò al tavolo, la conversazione era ancora in corso. Ma ora si sentiva ancora più distante da tutti coloro che sedevano attorno a lui.
Dean alzò gli occhi quando lo vide. Evidentemente non notò l’espressione sul viso di Moth.
«Stavamo parlando di andare al Maniac stasera, dopo cena.»
Moth lo guardò.
«Io non vengo.» La voce gli uscì più severa di quanto intendesse. «Stasera sono stanco.»
Per un attimo, le risate che circondavano il tavolo si spensero. Diverse persone si voltarono a guardarlo. Tutti i pensieri che Moth aveva trattenuto, sembrarono essere sfuggiti attraverso quella singola frase.
Dean lo guardò a sua volta, confuso. Davvero non aveva idea di quando fosse iniziata l’insoddisfazione di Moth.
Moth restò in piedi nell’improvviso silenzio.
E neanche lui riuscì a dire se fosse arrabbiato con Dean, con la situazione, o con se stesso per aver proposto quel ridicolo patto sin dal principio.
Mancavano 8 giorni.


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