Gli appuntamenti continuarono come prima, seguendo quanto stabilito da Moth stesso. Ma col passare dei giorni, Moth iniziò a chiedersi seriamente se avrebbe emotivamente retto fino all’ultimo giorno. Non c’era un singolo giorno in cui qualcosa non andasse del tutto al diavolo in un modo o nell’altro. Se non era irritato con Dean, allora era irritato da se stesso.

E, peggio di tutto, il fulcro di tutto quanto doveva essere dimostrare a Pun quanto Moth fosse preso da Dean, così che finalmente si arrendesse e lo lasciasse andare. Moth non riuscì a non domandarsi se davvero fosse necessario sottoporsi a questo disastro ancora e ancora, solo per indurre un amico a smettere di amarlo.

Dean non la pensava poi molto diversamente.

Per uno che aveva vissuto la sua vita evitando tutto ciò che fosse inutilmente complicato, la maggior parte delle relazioni iniziava facilmente, terminava facilmente e non aveva mai richiesto più energia necessaria del rispondere in tempo ad un messaggio. Ma uscire con Moth era come giocare in modalità “difficile”.

Quando provava ad intavolare una conversazione, doveva indovinare dove sarebbe andata a parare. Se mostrava preoccupazione, in qualche modo finiva per trasformarsi in una discussione. Se tentava di avvicinarsi, era come scontrarsi con un muro.

Dean non aveva mai pensato di essere nato per faticare così duramente per qualcuno. E questo era ciò che lo irritava di più. Perché uno come Moth doveva essere l’eccezione?

Né Dean, né Moth capivano come avessero potuto permettere a questi ridicoli appuntamenti di continuare.


Il terzo giorno iniziò in una sala da ballo che Moth aveva scelto con estrema cura. Era uno studio moderno, che permetteva a due uomini di fare coppia e ballare insieme senza costringere nessuno a formare la tipica coppia maschio-femmina.

Ciononostante, fin dall’inizio Dean non riuscì a capire perché frequentare qualcuno dovesse comportare qualcosa di così difficile come ballare il valzer davanti a un enorme specchio, inciampando goffamente per un’ora intera, mentre Moth era troppo concentrato per accorgersi della sofferenza dipinta sul suo volto.

Dopo quell’episodio, la catastrofe che era la loro vita sentimentale proseguì sempre allo stesso modo.

Il quarto giorno, Dean portò Moth in un pub, il tipo di ambiente in cui Dean era a proprio agio. Il mondo di Dean era pieno di musica, luci, amici, e conversazioni che fluivano naturalmente da una persona all’altra.

Moth, nel frattempo, se ne stette al suo posto come qualcuno trascinato ad una festa in cui tutti parlavano una lingua a lui sconosciuta. Più Dean provò ad includerlo nel divertimento, più Moth si sentì un oggetto fuori posto, in un contesto a cui non apparteneva.

Il quinto giorno, Moth portò Dean in un laboratorio di pittura su piatti ceramica. La piccola stanza che avrebbe dovuto essere tranquilla, mise a dura prova la pazienza di Dean. Osservò i pennelli, i dipinti e i piatti ancora bianchi come se fossero un puzzle che nessun essere umano avrebbe mai dovuto capire. Moth, nel frattempo, tenne la testa bassa, dipingendo meticolosamente ogni linea e ogni colore, come se avesse dimenticato che la persona seduta accanto a lui non fosse solo una comparsa nel suo appuntamento.

Il sesto giorno, fu il turno di Dean di scegliere l’attività, e il disastro semplicemente cambiò forma.

La sala tranquilla fu rimpiazzata da qualcosa più simile alla fine del mondo, quando Dean decise che l’appuntamento avrebbe previsto andare in giro a registrare contenuti. Andò a passeggio registrando video, parlando con perfetti sconosciuti e facendo balletti ridicoli in pubblico senza accenno di vergogna, mentre Moth lo seguiva a breve distanza, desideroso di trovare una secchio da infilarsi testa.

Trascorsero diversi giorni senza che nessuno dei due ammettesse apertamente quanto fossero esausti l’uno dell’altro.

Dean iniziò a pensare che ogni attività scelta da Moth fosse un folle esercizio creativo di un pazzo che cercava di dimostrare qualcosa di cui lui neanche riusciva a capire il senso. Moth, nel frattempo, aveva cominciato a sentire come se ogni luogo in cui Dean lo portava, appartenesse al mondo di un folle, in cui una persona sana di mente come lui non avrebbe mai potuto entrare.

Alla fine, entrambi raggiunsero il punto in cui nessuno dei due era più certo se quei dieci giorni di appuntamento fossero più un piano da completare…o una punizione in cui, in qualche modo, si erano intrappolati da soli.


La zuppa di mala bolliva con veemenza nella pentola. La rabbia di Moth bolliva ancora di più.

Ripensare a tutto ciò di irritante che era successo a quegli appuntamenti, finalmente divenne troppo, e dovette sfogarsi con Pun.

«Non so che diavolo di problema abbia quel ragazzo. È come se fosse affamato di attenzioni. Controlla il telefono ogni cinque minuti, e il bastardo sembra conoscere praticamente chiunque sul pianeta.»

Pun prelevò con calma un pezzo di carne dalla pentola e lo poggiò nel proprio piatto prima di rispondere con tono tranquillo:

«Quindi cos’è che non ti piace? Che conosca tante perone, o che non sai quale sia il tuo posto nel suo mondo?»

Moth si congelò per un attimo prima di accigliarsi, infastidito dal fatto che Pun avesse colto troppo nel segno.

«Non mi piace proprio niente. Dovrebbe andarci piano e prima conoscermi, no? Non essere ad un appuntamento con me il secondo prima, e poi trascinarmi al tavolo con decine dei suoi amici quello dopo, come se fossi uno strano oggetto da portarsi dietro per metterlo in mostra».

«O forse vuole soltanto genuinamente includerti nella sua vita.»

Pun posò le sue bacchette.

«Uno come Dean probabilmente non ci pensa troppo. Ha tanti amici. È così che vive. Quindi forse quando gli piace qualcuno, pensa solo di poter prendere quella persona e portarla dritta nel suo mondo.»

«Ma io non sono uno come lui» sbottò Moth di rimando. «Non sono pronto ad essere catapultato in mezzo un gruppo di persone che neanche conosco e poi dovermi fingere felice così che tutti si sentano a proprio agio. Volevo solo uscire con lui. Non ho firmato per unirmi al suo dannato intero gruppo di amici»

Pun sospirò.

«Se hai visto abbastanza da capire che siete incompatibili, puoi tirarti indietro, Moth »

Moth fu quasi sul punto di rispondere che non poteva mollare. Perché l’obiettivo di tutto, era fare in modo che Pun, la persona seduta di fronte a lui, finalmente rinunciasse a lui. Alla fine, Moth abbassò lo sguardo verso la pentola di di mala , sotterrando al verità dietro un’espressione indifferente. Poi rispose come se quella non fosse altro che una stupida gara di orgoglio.

«È solo che…non mi piace perdere».

Pun ascoltò e riuscì solo a sospirare. Ancora non riusciva a credere che uno come Moth, che aveva trascorso anni ad odiare e temere l’amore, si fosse cacciato in una situazione tanto ridicola.


«Sei drammatico da far schifo», commentò Ten dopo aver ascoltato Dean lamentarsi di Moth per parecchi minuti.

«Drammatico un cazzo» Dean si voltò di scatto e gli rispose bruscamente. «Guarda in quali posti continua a portarmi. Lezioni di danza. Dipingere piatti. Mostre d’arte. Bagni di ghiaccio. È un cazzo di appuntamento una sessione di crescita-personale? Le persone normali si chiedono di uscire, guardano un film, fanno una passeggiata, o no?»

Ten rise sommessamente.

«Suona proprio da Moth»

«È esattamente questo il problema» Dean si lasciò cadere sul letto irritato. «Tutto quello che fa, è come se avesse costantemente un problema da risolvere nella testa. Se gli parlo, devo interpretare tutto. Se mi avvicino, devo…indovinare quando proverà a sbranarmi. Non ho mai dovuto usare così tanta energia per nessuno, prima.»

«Quindi perché lo stai ancora facendo?» chiese Ten senza mezzi termini. «Se è così difficile, mollalo. Di solito sei bravo in questo, no?»

Dean aprì la bocca per ribattere, ma ammutolì per una frazione di secondo. Poi si passò bruscamente una mano tra i capelli.

«Per colpa tua, idiota. Ti sto aiutando, ricordi? Vuoi conquistare Pun, quindi io devo tenere Moth occupato. E mancano ancora parecchi giorni.»

«Giusto. Ovvio.» Biascicò Ten scettico. «Quindi tutto ciò che stai facendo è per il mio bene?»

«Si» rispose Dean troppo rapidamente. Poi afferrò subito un cuscino e lo abbracciò come per schermarsi dallo sguardo consapevole del suo amico.

«Non fare quella faccia. Non mi piace né niente del genere. Sono solo…arrabbiato perché è complicato.»

La bocca di Ten si curvò verso l’alto.

«Non ho mai detto che ti piace.»

Dean si congelò. La sua espressione divenne ancora più arrabbiata.

«Smettila di provare a mettermi in difficoltà. Piuttosto, usa il tuo tempo per fare qualche progresso con il Dr. Pun, prima che io mi rompa il cazzo di questi dieci giorni di appuntamenti e pianti davvero Moth in asso a metà percorso.»

Ten sospirò, una nota di divertimento ancora persisteva nei suoi occhi.

«Va bene, va bene. Ci proverò. Ma se alla fine non lo lasci per via del mio piano, fa attenzione. Potresti scoprire che non riesci a lasciarlo per via di te stesso.»

«Stronzate» Dean chiuse definitivamente la conversazione.

Ma, dopo averlo detto, restò in silenzio più a lungo di quanto avrebbe dovuto, come se quella parola non fosse davvero riuscita a spazzare via del tutto il pensiero, come aveva voluto.


Il punto di rottura arrivò finalmente il settimo giorno.

Una musica dolce, rilassante, risuonava nella galleria. Visitatori vagavano in giro qua e là, e luci installate con cura si posavano sulle pareti e sulle cornici, creando un’atmosfera che permetteva alla maggior parte dei presenti di immergersi nell’arte.

Soprattutto Moth. Si spostava da un’opera all’altra, studiando ognuna con attenzione.

Dean, che camminava dietro di lui, rientrava decisamente in quella minoranza di visitatori per i quali l’intera atmosfera si stava facendo via via più inquietante e fonte di disagio. Soprattutto essere stati lì dentro per più di due ore.

«Ho fame. Andiamo a mangiare.»

Moth rispose senza distogliere gli occhi dal quadro di fronte a lui.

«Solo un secondo.»

Dean sospirò, il suo disagio aumentò fino a diventare evidente.

«Quanto ancora?»

«Se hai fame, puoi iniziare ad andare»

Dean rilasciò un lungo respiro, ma alla fine si arrese e andò a sedersi contro il muro in un angolo, a giocare col cellulare mentre aspettava.

«Aspetto»

Il tempo continuò a trascorrere finché l’orologio non segnò le due del pomeriggio. Moth era ancora in piedi di fronte allo stesso quadro, apparentemente ignaro del tempo che passava. Il suo sguardo restò fisso sui minuscoli dettagli della tela, come se le linee, i colori, le ombre e gli spazi vuoti contenessero qualcosa di infinito da scoprire. L’intero mondo di Moth scomparve, finché non vi fu nient’altro che il dipinto, e il silenzio tra lui e la tela.

Dean, che aspettava non molto lontano, aveva la sensazione che ogni minuto si fosse allungato in maniera innaturale. Controllò di nuovo l’orologio sul telefono.

Lo stomaco vuoto e la pazienza ormai agli sgoccioli… alla fine divennero insopportabili.

Mise via il telefono e andò incontro a Moth, oramai a corto di pazienza.

«Ora possiamo andare a mangiare? Sono tre ore che aspetto.»

«Se hai fame, inizia ad andare» rispose Moth con completa indifferenza.

A quel punto, neanche Dean ebbe più voglia di usare riguardi, così alla fine sbottò.

«Perché devi fissare questo schifo così a lungo? Se ci tieni così tanto, fai una foto.»

Moth si voltò a guardarlo. La sua espressione si rabbuiò immediatamente.

«Il motivo per cui sono venuto fin qui, è perché volevo vederlo dal vivo. Se avessi voluto guardarlo dal telefono, l’avrei cercato online.»

Dean abbassò la voce, provando a spiegare, anche se la sua irritazione continuava a crescere.

«Ho prenotato al ristorante Shabu per mezzogiorno. È già pomeriggio. Ci aspettano da un’ora.»

Moth si arrabbiò in un modo che neanche lui riusciva a spiegare. Non sapeva se fosse più arrabbiato perché Dean non era interessato, perché aveva portato delle persone nell’equazione del loro appuntamento senza chiedergli cosa pensasse…o per entrambe le cose allo stesso tempo.

«Oh. Allora vai a mangiare con i tuoi amici. Perché mi stai aspettando?»

Quella frase fu la goccia che fece traboccare il vaso. Dean restò immobile per un attimo. Non esplose subito. Invece, quel breve silenzio, rese la frustrazione che aveva soppresso per ore ancora più evidente. Era come se avesse realizzato soltanto in quel momento che, per tutto il tempo che era rimasto lì ad aspettare, Moth non lo avesse tenuto in considerazione neanche un pò.

«Seriamente? Perché cazzo usciamo insieme se nemmeno ti importa di me?»

Moth si congelò. La sua espressione si indurì.

«A chi è che non importa di chi?»

«A te! C’è stato un singolo giorno in cui ti sia importato più di me che di tutte queste attività imbarazzanti che continui a farci fare?»

«Cosa? Imbarazzanti? Che diavolo intendi con “imbarazzanti”?»

«Tutto! Lezioni di danza senza alcun motivo. Dipingere piatti senza alcuna ragione. E ora tutto questo schifo di arte. Quale persona normale fa tutto questo? Solo tipi strambi e imbarazzanti fanno cose del genere.»

Fu come se Dean avesse appena pugnalato Moth nel suo punto più vulnerabile. Non perché ” imbarazzante” fosse in qualche modo più crudele di qualsiasi altro insulto, ma perché riduceva tutto ciò che Moth aveva scelto con attenzione, tutto ciò che una volta aveva usato come spazio sicuro personale – il ballo, l’arte, le piccole attività che gli piacevano e di cui gli importava – in qualcosa di ridicolo agli occhi di Dean.

Il dolore lo attraversò per una frazione di secondo prima della rabbia. Ma quella frazione fu abbastanza perché Moth, d’istinto, la ricacciasse indietro, erigendo al suo posto le sue familiari barriere.

Il suo viso divenne piatto.

La sua voce diventò più fredda.

E la risposta che gli uscì di bocca, diventò un coltello volontariamente diretto verso Dean, con l’intenzione di ferirlo con la stessa crudeltà.

«Oh, io sono imbarazzante? E tu? Che razza di persona va ad un appuntamento e non fa altro che trascinare in giro il partner ad incontrare i suoi amici? E ognuno di quegli amici ti ha già avuto. Seriamente, non pensi mai a come ti faccia sembrare?»

«Sembrare? Sembrare come?»

«Come un fottuto malato di uomini» Moth abbassò leggermente la voce. «Sei stupido? Non ci arrivi?»

L’espressione di Dean si indurì immediatamente. Quando rispose, stava chiaramente lottando per impedire alla sua voce di tremare.

«Bene. Se essere intelligenti significa stare qui a cercare di capire questi dannati stupidi quadri, allora si, sono fiero di essere stupido.»

«Se sai di essere stupido, allora stai zitto invece di andartene in giro a definire le persone ” imbarazzanti”. Tornatene dai tuoi amici, in quella piccola boccia per pesci.»

Dean si gelò di nuovo di fronte alla ferocia delle parole dell’altro. Aveva già avuto modo di abituarsi alla lingua tagliente di Moth, ma evidentemente Moth era in grado di alzare l’asticella ancora e ancora senza alcun limite.

Forse questo era abbastanza.

«Allora io me ne vado.»

Moth era troppo arrabbiato per fermarlo.

«Che aspetti?»

Dean se ne andò immediatamente.

Moth rimase solo, in piedi, sotto la luce bianca soffusa della galleria.

Il silenzio che un tempo lo aveva rassicurato, divenne un vuoto che premeva con tale pesantezza da impedirgli quasi di respirare.


Quella sera, Dean tornò al pub. Ma non era divertente come lo era di solito.

Roteò silenziosamente il bicchiere nella sua mano, sorseggiando un pò alla volta con un’espressione vuota, in contrasto con la musica che lo circondava.

Ten, che sedeva al suo fianco, si accorse che qualcosa non andava e fu il primo a parlare.

«Che succede? Perché sei così silenzioso?»

Dean sollevò il bicchiere e bevve un altro sorso, cercando di comportarsi come se fosse tutto normale.

«Niente.»

«Dov’è Moth? Non è venuto?»

«Puoi non chiedermi di lui? Mi rovini l’umore.» Dean sospirò e fece un altro sorso, irritato. Guardò il suo amico con la fronte leggermente aggrottata, prima di dire finalmente: «È strano.»

«Cosa?»

«Non ho mai visto nessuno arrabbiarsi così tanto.» Dean si congelò per una frazione di secondo. La frase in qualche modo rese l’irritazione dentro di lui ancora più intensa.


Moth lanciò la sua borsa sul divano e si lasciò cadere accanto ad essa. Il silenzio nella stanza non riuscì in alcun modo a calmarlo. Sentiva ripetersi nella sua testa, ancora e ancora, il litigio tra lui e Dean.

Non passò molto prima che il telefono iniziasse a vibrare sul tavolo. Il nome di Pun comparve sullo schermo. Moth esitò solo per un momento prima di rispondere.

«Pronto…»

«Dove sei?»

All’altro capo, Pun era in clinica. La preoccupazione nella sua voce fu subito evidente.

«Sono appena tornato a casa»

«Okay. Hai mangiato?»

«Non ancora.»

«Allora vengo da te. Possiamo ordinare qualcosa e mangiare insieme.»

«Ma…tu…»

«Ho visto che hai smesso di seguire Dean su instagram.»

Moth si irrigidì, insicuro su come rispondere.

«Ci vediamo tra mezz’ora» Pun attaccò immediatamente, lasciando Moth a fissare il cellulare che ancora teneva nella mano.

Espirò. Lentamente.

Sapeva perfettamente che Pun avesse già capito tutto, anche se non aveva detto una sola parola.

In quel momento, non riuscì a non farsi una domanda.

“Che diavolo sto facendo?“

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