Contenitori di cibo da asporto erano sparsi sul tavolo della cucina.

Moth e Pun mangiarono insieme in silenzio per un pò. Il silenzio tra loro durò più a lungo di quanto avrebbe dovuto.

Moth riusciva ad intuire che Pun non fosse venuto solo in qualità di amico, nonostante ciò che aveva detto. Stava pazientemente aspettando qualcosa. Aspettando che la ferita causata da Dean aprisse una crepa abbastanza grande da permettergli di entrare. Quella consapevolezza non faceva arrabbiare particolarmente Moth. Lo metteva a disagio. Perché conosceva Pun abbastanza bene da capire che non c’era cattiveria dietro quel gesto. Pun era semplicemente qualcuno che non si era ancora arreso. E, quella sera, Moth aveva proprio l’aria di qualcuno che stava perdendo.

Questo rendeva tutto ancora più irritante.

Moth avrebbe dovuto sentirsi sollevato che questo tentativo di uscire con Dean potesse finalmente giungere a termine, perché significava che non avrebbe più dovuto forzarsi in una relazione piena di conflitti. Ma, quando considerò la possibilità che tutto potesse davvero andare a rotoli, qualcosa nel suo petto sembrò collassare senza alcuna logica.

Non sapeva se si sentiva più un fallimento perché il piano era andato in fumo, perché Pun poteva ancora rifiutarsi si arrendersi…o perché forse, nel profondo, non voleva che Dean sparisse dalla sua vita così rapidamente.

«Allora…stai bene?» Chiese Pun alla fine, con una voce calma ma diretta.

Moth prese un profondo respiro prima di rispondere meccanicamente: «Ovvio che sto bene. Pensi che uno come me possa arrabbiarsi per una cosa simile? So che ti preoccupi per me, Pun, ma come vedi sto bene.»

Pun restò in silenzio per un attimo. Sembrò soppesare se dire o meno ciò che stava pensando.

Se avesse dato ascolto ai suoi desideri più profondi, Pun avrebbe saputo perfettamente di non dover dire nulla.
Qualunque fosse il motivo per cui Dean e Moth non uscivano più insieme, la cosa non poteva che andare a suo vantaggio.
Ma, considerandosi semplicemente un amico di Moth, non poteva fare a meno di essere sinceramente preoccupato.
E alla fine, fu proprio questo a spingere Pun a parlare.

«Posso essere del tutto onesto con te, Moth? Non stai bene.»

Moth si congelò.

Pun lo guardò per alcuni secondi, come per racimolare i pensieri prima di parlare.

«Guarda, neanch’io dico che Dean abbia ragione. Ma…se decidi di aprire il tuo cuore e lasciar entrare qualcuno nella tua vita, non puoi aspettarti che tutto proceda come è sempre stato.»

«Quindi stai dicendo che devo smettere di essere me stesso? Smettere di fare quello che voglio e costringermi a fare cose che non voglio, solo per accontentare qualcun altro? È assurdo.»

«Adattarsi non è assurdo. Qualche volta è solo che due persone hanno differenti stili di vita. Ma sai cosa è folle? Il modo in cui sei quando stai con qualcuno. Non cedi a nessuno. Mai.»

La risposta di Pun era così seria da zittire Moth .

«Hai mai notato che in qualsiasi relazione tu abbia, poni sempre delle condizioni? Delle regole? Onestamente, è come un gioco in cui dover completare un livello dopo l’altro. In cui si gioca solo per il privilegio di poter entrare nella tua vita. »

Moth voleva rispondere immediatamente. Voleva dire a Pun che stava esagerando, che non era davvero così complicato. Che non metteva condizioni per tormentare le persone, nè che stava costringendo nessuno ad abbattere degli ostacoli per poter entrare nella sua vita. Stava solo provando a mantenere una distanza che lo facesse sentire al sicuro.

Ma la serietà dello sguardo di Pun gli bloccò tutte quelle parole in gola. Perché, nel profondo, sapeva che c’era un filo di verità in ciò che Pun aveva detto. Quindi tutto ciò che riuscì a fare fu restare seduto in silenzio e ascoltare, anche se una parte di lui continuava ad opporsi fermamente. Non era ancora pronto ad ammettere che i muri che lui chiamava “sicurezza”, potessero essere anche una gabbia che si era costruito attorno.

«E sai anche un’altra cosa? In qualunque gioco costringi gli altri a giocare, non ti concedi mai di perdere. Devi vincere ogni gioco. Ogni volta. Questo è ciò che trovo assurdo.»

Pun si sporse per dare delle pacche gentili sul braccio di Moth. Il contatto non era pesante, ma sincero abbastanza da ammutolire Moth ancora di più. Fino ad ora, Pun aveva parlato come un amico preoccupato per un altro amico. Da quel momento in poi, tuttavia, scelse di parlare anche seguendo i proprio desideri.

«Con Dean, lascialo andare. Ma ti voglio bene. Se mai volessi dare una possibilità…» Pun esitò. Avrebbe voluto dire “a me”, ma sapeva che non era il momento giusto.

«…a qualcuno, smettila di porre delle condizioni. Lascia che le cose accadano seguendo i sentimenti, qualche volta, ok?»

Moth fissò Pun in silenzio. Dentro, però, era pieno di emozioni difficili da spiegare. Più comprendeva chiaramente quanto Pun provasse ancora qualcosa per lui, più il senso di colpa gli gravava pesantemente sul petto. Perché ciò che Moth aveva cercato di fare era essenzialmente costruire un piano elaborato per allontanare la persona che sedeva proprio di fronte a lui.

E inoltre…sapeva perfettamente di non poter ricambiare i suoi sentimenti.

Quindi come doveva comportarsi esattamente?

Forse tutto si riduceva al coraggio. Moth non era mai stato abbastanza coraggioso da affrontare la verità che, forse, il modo più semplice per mettere fine a tutto, fosse accettare l’eventualità di dover sacrificare la sua amicizia con Pun. Il suo egoismo aveva preso qualcosa di così semplice e lo aveva convertito in un casino totale, da cui non vedeva più via d’uscita.

Voleva aggiustare tutto.

Voleva rendere tutto più semplice.

Ma non aveva idea da dove iniziare. Con se stesso, forse?


Il pub divenne sempre più vivace. La musica si fece più alta. La gente iniziò a muoversi a ritmo.

Dean, invece, rimase seduto davanti al suo bicchiere.

Quell’eccitazione, che un tempo gli era parsa un rifugio sicuro, ora gli sembrava più lontana che mai. Alla fine, posò il bicchiere e si alzò.

«Stasera torno a casa presto. Sono stanco».

Tutti si voltarono a guardarlo, confusi, ma Dean non aspettò domande.Se ne andò e basta.

Fuori dal pub, la brezza notturna gli accarezzò il viso, diradando un po’ la nebbia causata dall’alcol. Camminò via svogliatamente, finché un giovane non gli si parò davanti.

«Scusa. Posso avere il tuo Instagram?»

«Certo».

Dean tirò fuori il telefono e gli diede il suo contatto Instagram, con un’espressione del tutto priva di interesse. A differenza del solito, non accennò un sorriso caloroso né mostrò alcuna gentilezza particolare. Accennò un sorriso forzato e si allontanò, senza proseguire la conversazione. Pochi passi dopo aver lasciato l’altro ragazzo alle spalle, Dean emise un lungo sospiro.
Sentiva chiaramente che qualcosa, dentro di lui, era cambiato.

Gli tornò in mente una frase detta poco prima da An. Il ricordo del pub, di appena qualche minuto prima, si sovrappose alle luci vivaci che si riflettevano sull’asfalto bagnato.

«Ma che diavolo dici?» aveva esclamato Dean, quando An aveva pronunciato qualcosa che lo aveva colpito nel profondo.

«Dov’è è, esattamente, la follia? In quello che ho detto, o sono quei sentimenti profondi che provi dentro di te…a farti impazzire?» An sorrise, con aria complice, e si sporse in avanti per sfiorare leggermente la guancia di Dean, quasi volesse provocarlo deliberatamente a confessare la verità. «Stai attento. Se continui a costringerti a lottare contro i tuoi stessi sentimenti, un giorno finirai davvero per impazzire. Ammetti ciò che provi e trova un modo per affrontarlo. È meglio così.»

Dean emise un lungo sospiro, prima di arrendersi finalmente.

«Va bene. Lo ammetto. Moth mi piace davvero.»

«Come ti piacciono tutte le altre persone?»

Dean si bloccò. La sua reazione non fece che confermare ad An ciò che già sospettava.

«Confermo quello che ho detto. Il modo in cui ti comporti ora assomiglia molto di più a…qualcuno che si sta innamorando.»

Il ricordo svanì nel momento in cui Dean raggiunse il bordo della strada. Si fermò di colpo, vedendo Moth in piedi sotto un lampione, ad aspettarlo.

Si guardarono per un istante. Inizialmente, nessuno dei due disse nulla.

«Come sei arrivato?»

«Beh… ho visto che An ha pubblicato una tua foto, così ho capito che eri qui.»

«Se volevi parlarmi, perché non hai chiamato?»

«Io… volevo parlarti di persona.»

Dean osservò Moth in silenzio. Il suo fastidio non era ancora del tutto svanito.

«E perché hai l’Instagram di An?»

«An ha iniziato a seguirmi dopo che ci siamo incontrati al ristorante a buffet.»

Dean sospirò prima di rispondere, suo malgrado, con una punta di sarcasmo: «Beh, mi fa piacere sapere che almeno hai accettato la sua richiesta. Stavo quasi per pensare che non avessi altri amici su tutto il pianeta.»

Moth si bloccò.

Di solito avrebbe risposto all’istante con un’altra battuta sarcastica. Ma le parole di Pun gli ronzavano ancora in testa. Rimase in silenzio per un momento, poi decise deliberatamente di dire ciò che provava davvero.

«Non ho nulla contro i tuoi amici. Davvero. Sembrano tutti brave persone. Ma…lascia perdere. Diciamo che, se dovessi rivederli, cercherò di non erigere un muro così alto attorno a me.»

«Perché… vuoi ancora rivederli?»

«Non ho detto che voglio farlo. Ho detto “nel caso”.»

«Quindi significa che continueremo a frequentarci?»

«Beh… tu che ne pensi?»

Dean fissò Moth più a lungo di quanto avrebbe dovuto. Una domanda così semplice finì, in qualche modo, per gettare i suoi pensieri in una confusione ancora maggiore di prima. Molto più di quanto si aspettasse.

Di solito, Dean non era il tipo da restare invischiato in situazioni complicate. Se qualcosa non era divertente, se ne andava.
Se qualcuno gli rendeva la vita troppo complicata, cambiava semplicemente rotta, cercando qualcuno di più “semplice”. Ma con Moth, si sentiva costantemente irritato e irrequieto. Persino allontanarsi non era servito a farla sparire. Parlare con qualcun altro non gli aveva tolto la sensazione che qualcosa, rimasto in sospeso, gli pesasse ancora sul petto.

Le parole di An sull’accettare i propri sentimenti continuavano a ronzargli in testa. E Dean iniziò a capire che, se avessero continuato a lasciare che tutto degenerasse in sarcasmo, indovinelli e provocazioni, alla fine nessuno dei due avrebbe mai saputo cosa volesse davvero l’altro. Era stanco di fingere che non gli importasse, così come era stanco di non sapere se a Moth importasse davvero.

A lui importava.

Così, invece di mettersi sulla difensiva o di rivolgere a Moth l’ennesimo commento tagliente, come faceva di solito, fece un respiro profondo e decise finalmente di dire esattamente ciò che provava.

«A volte non capisco proprio cosa ti passi per la testa. Non credevo ci fosse nulla di male nel presentarti ai miei
amici. Tti sono grato per avermi fatto entrare nel tuo mondo. Ma se mi dicessi chiaramente che qualcosa non ti va, o che
non vuoi incontrare nessuno, sarebbe molto più semplice che costringermi a indovinare. E questo senza contare
il fatto che ti comporti come se non ti importasse nulla.»

Moth rimase in silenzio per un lungo momento. Invece di lasciarsi sfuggire una delle risposte sarcastiche che gli stavano già affiorando alla mente, scelse una parola breve.

«Scusa.»

Dean espirò.

«Lascia perdere. Non devi scusarti. Ho sbagliato anch’io. Non ci ho riflettuto abbastanza. Ho dimenticato
che io e te siamo, in sostanza, due specie umane completamente diverse.»

«Non è solo questo.» Moth fece un respiro profondo, come se gli servisse molto più coraggio di quanto ne sarebbe stato necessario
per una frase così breve. Poi guardò Dean dritto negli occhi. Quando parlò di nuovo, la sua voce era più dolce di quanto Dean l’avesse mai sentita.

«Mi…dispiace di averti detto cose così orribili.»

Un lieve sorriso apparve sul volto di Dean.

«D’accordo. Per questo, in effetti, servivano delle scuse.»

Moth rimase in silenzio ancora per un momento. Raccolse tutto il coraggio che aveva prima di dire qualcosa a cui non era abituato.

«Non so cosa tu abbia pensato di me, dal mio atteggiamento, ma…onestamente, uscire con te è stato bello. Ho sempre voluto seguire dei corsi di ballo da sala, ma non ho mai osato perché temevo di dover fare coppia con uno sconosciuto.
Non sono mai riuscito a partecipare a dei laboratori o ad ammirare opere d’arte in tranquillità, perché la gente si avvicina sempre per parlarmi o per flirtare con me. Ma, con te, sono riuscito a frequentare il corso di ballo. E quando ci sei, nessuno osa avvicinarsi per flirtare. Certo, ci sono stati aspetti su cui non siamo entrati in sintonia. Alcune cose sono state fastidiose. Ma… tutto sommato è stato bello. Sono davvero, davvero, dannatamente contento di essere uscito con te.»

Dean ascoltò in silenzio.

A poco a poco, la tensione nel suo petto si allentò. Sapere di contare qualcosa per Moth, almeno in parte, colmò una parte considerevole del vuoto che sentiva dentro.

«Quindi, non ho mai pensato che tu non fossi importante. Mi dispiace davvero averti fatto credere il contrario.»

«La prossima volta, dillo e basta.» Dean sorrise. Non era solo un sorriso felice. C’erano sollievo e sicurezza mescolati in esso.

Moth restituì il sorriso.

Era come se qualcosa tra loro fosse finalmente tornata al proprio posto, anche se non ancora del tutto perfetta.


Dean guidò Moth al tavolo del pub.

Ohm, Boom e An si bloccarono e si voltarono immediatamente verso di loro. Ohm fu il primo a parlare, sorpreso.

«Eh? Pensavo fossi andato a casa.»

Dean guardò Moth prima di rispondere, con un tono di voce più dolce di prima.

«Io… ho cambiato idea. Anche Moth voleva venire.»

Moth cercò di guardare tutti negli occhi. Era ancora nervoso, ma questa volta non si nascose dietro il suo solito muro di silenzio.

«Posso unirmi al vostro tavolo?»

Ohm, Boom e An si scambiarono uno sguardo. Poi, sui loro volti apparvero lentamente dei sorrisi. Boom sollevò subito un bicchiere con entusiasmo.

«Certo! Prima di tutto, il drink di benvenuto!»

Ohm e Boom versarono insieme del liquore in un bicchierino e lo porsero a Moth. Inizialmente, Moth provò a rifiutare. Alla fine, però, cedette di fronte agli incitamenti dei presenti al tavolo. Accettò il bicchiere e bevve, tra le grida festose di tutti.

Dopo quella sera, la direzione del rapporto tra Dean e Moth iniziò, a poco a poco, a cambiare. Poco alla volta.

Moth cominciò a sorridere e a conversare con naturalezza insieme a Dean e ai suoi amici. Rideva a battute che, in passato, non avrebbe mai immaginato di poter comprendere. E ogni volta che i loro sguardi si incrociavano, entrambi si sorridevano, senza bisogno di dire nulla. Assolutamente nulla.

È iniziato tutto con una completa follia, pensò Moth.

Ma non sapeva davvero dove quella follia lo avrebbe condotto. Né come sarebbe andata a finire, col passare del tempo.

Si poteva definire amore? Moth non era ancora in grado di darsi una risposta.


Dopo la chiusura del pub, Dean e Moth uscirono insieme. L’aria notturna era più fresca rispetto a quando erano arrivati.
La musica all’interno si attenuò gradualmente man mano che la porta si chiudeva alle loro spalle. Camminavano fianco a fianco sotto i lampioni. Dean guardò Moth con un sorriso beffardo.

«Pensi che questa volta sverrai di nuovo?»

«No… non ho bevuto così tanto.»

Dean osservò a lungo il volto di Moth, come se avesse ancora qualche domanda senza risposta
nella sua mente.

«Che tipo di persona sei, esattamente?»

«In che senso?»

«Ti comporti come se odiassi socializzare, come un introverso. Ma la maggior parte delle persone introverse che conosco…beh, non amano bere quanto te. Guarda Ten, per esempio. Passa tutto il giorno a casa con il suo cane.»

«E quindi? Se una persona è introversa, deve per forza restare a casa a leggere tutto il giorno? Non può bere o uscire la sera? E poi, non mi sono mai definito introverso»

«Allora cosa sei?»

«Sono… probabilmente solo pazzo»

Quell’auto-insulto di Moth fece ridere Dean. I due risero sommessamente, poi Moth riprese, con calma: «In realtà, mi piace stare in luoghi affollati. Ma c’è una condizione.»

«Ovvero?»

«Nessuno può parlarmi.»

«È una contraddizione bella e buona.»

Moth si bloccò e lo guardò accigliato. Dean scrollò le spalle, come se non capisse cosa avesse detto di sbagliato.

«Che c’è? È così.»

«No. È solo che non pensavo che uno come te sapesse usare un termine come “contraddizione”.»

«Leggo un sacco di libri.»

Questa volta fu Moth ad essere sorpreso. Guardò Dean come se avesse appena scoperto un lato di lui del tutto inedito.
Rimasero in silenzio per un po’. Ma quel silenzio non era imbarazzante come i precedenti.

«Quanti giorni ci restano per questa storia degli appuntamenti? Due, vero?»

«Tre.»

«Davvero?»

«Mmh.»

La risposta concisa di Dean lasciò Moth senza parole. I suoi pensieri tornarono a qualcosa che Pun aveva detto. Quelle parole gli risuonarono in mente con più chiarezza della brezza notturna che li circondava.

“Smettila di porre delle condizioni. Lascia che le cose accadano seguendo ciò che provi davvero, ogni tanto, va bene?”

«Che c’è?» chiese Dean, dopo che Moth era rimasto in silenzio troppo a lungo.

Moth osservò per un istante l’uomo al suo fianco. Poi decise di non rispondere stabilendo regole. Né ponendo condizioni. E senza contare quanti giorni rimanessero. Al contrario, allungò semplicemente la mano e prese quella di Dean. E si lasciò guidare dai propri sentimenti.

«Ti va di andare a casa mia?»

Dean annuì all’istante, senza nemmeno aver bisogno di un momento per riflettere.


La porta della camera da letto di Moth si aprì, mentre entrambi avevano il respiro corto. Entrarono insieme.
Il silenzio che seguì la chiusura della porta annullò quel poco di distanza che ancora li separava.

Dean si sporse verso Moth. Moth non si ritrasse.

Il suo bacio fu colmo di tutto il calore dei sentimenti che si erano accumulati nel corso dei giorni. Ma, prima che le cose potessero spingersi oltre, Moth sollevò una mano e la premette delicatamente contro il petto di Dean per fermarlo.

«Aspetta… posso andare in bagno, prima?»

«Mm… certo. Fai pure con calma.»

Moth accennò un piccolo sorriso, celando l’imbarazzo che gli era trapelato negli occhi. Poi si affrettò verso il bagno, lasciando Dean seduto sul bordo del letto.

Dean si passò una mano tra i capelli e ridacchiò sommessamente per l’interruzione, sebbene il suo cuore continuasse
a battere con la stessa intensità.

Il tempo scorreva lentamente. L’orologio batté l’una del mattino e la lancetta dei minuti continuò a muoversi con lentezza.

Inizialmente, Dean attese pazientemente a letto. Prese il telefono e lo scorse distrattamente, per poi riporlo non appena si rese conto che nulla di ciò che leggeva aveva per lui un senso.

Qualche minuto più tardi, si lasciò cadere supino. Le palpebre iniziarono a chiudersi per la stanchezza e per l’alcol che ancora gli circolava in corpo. Tuttavia, ogni volta che sentiva di stare per addormentarsi, Dean scuoteva la testa e si alzava per camminare nella stanza.

Lottò per restare sveglio, come se addormentarsi per sbaglio, proprio in quel momento, fosse fuori discussione. Sarebbe stato, in un certo senso, un duro colpo per la sua dignità.

Quando l’orologio segnò l’una e quarantacinque, il sonno stava ormai prendendo il sopravvento su tutto. Dean si diede di nuovo qualche leggero schiaffo sulle guance. E Moth non era ancora uscito dal bagno. Emise un lungo sospiro e fissò la porta del bagno per un istante, prima di voltarsi e sedersi sul letto.

Alla fine, il silenzio della stanza rese le sue palpebre sempre più pesanti.

Quando Moth uscì finalmente dal bagno, rimase immobile sulla soglia. Dean si era addormentato sul letto.

Sembrava completamente esausto, privo delle sue solite battute o del suo atteggiamento sicuro. Moth lo fissò per un momento. Poi, senza rendersene conto, un piccolo sorriso gli apparve lentamente sul volto. Si avvicinò lentamente dal bagno al letto, si sdraiò con cautela accanto a Dean, quasi temendo di svegliare l’uomo che si era appena addormentato. Si girò su un fianco e osservò il suo volto nella penombra.

Qualcosa, nel profondo del suo petto, si sciolse silenziosamente.

Dean si mosse nel sonno. Senza aprire gli occhi, allungò un braccio e strinse Moth a sé. Non ci furono parole. Nessuna pressione.
Solo braccia calde che lo tenevano stretto con la giusta fermezza.

Moth accennò una risata sommessa, pensando a quell’uomo che, persino nel sonno, sembrava temere che lui potesse svanire. Poi, chiuse lentamente gli occhi, abbandonandosi in quell’abbraccio.

Dormirono insieme per tutta la notte.

A volte si abbracciarono. A volte si girarono dalla parte opposta. Altre si avvicinarono l’uno all’altro, senza rendersene conto.

Era come se, dopo aver stabilito così tante condizioni, aver gareggiato l’uno contro l’altro e aver profuso un tale impegno nel disperato tentativo di vincere…i loro corpi avessero, alla fine, scelto la risposta più semplice, a dispetto dei loro cuori.

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